(carte fondi Pedrini, Biblioteca di Vilminore) -fascicolo 6/3
COPIA DI UNA LETTERA DI E. PEDRINI S. ANDREA 2 OTTOBRE 1913

Egregia e Gentil Signorina,

Inutile dirle se ho gradito le non comuni illustrazioni sul nostro Picini e sulle di lui opere. Non è compito certamente facile sceverare delle tradizioni la verità della favola. Qui che fu la culla del bravissimo intagliatore se ne sa meno che fuori. Vede? Io durante 30 belli anni di ricerche dirò anche appassionanti, non ho concluso, che un gran zero. Venne lei a portar luce con le più vaste ricerche che non fecero nè il Tassi né il Locatelli, anche il tentativo del Tiraboschi approdò a ben poco, ed i manoscritti di lui in biblioteca lo dicono chiaramente.
Carissima la fotografia del ginocchiatoio di Milano, e francamente le dico che è opera del Picini non del Fantoni. Con beneficio d’inventario bisogna pigliare i giudizi affrettati del giurì dell’esposizioni. Come a Milano così a Brescia nel 1914 si son fatti giudizi e attribuzioni di opere erronei, inesatti e contravvincenti , che accrebbero la confusione, che diedero luogo a induzioni che sviarono negli studiosi la norma, gli indizi che portano a distinguere le opere di uno da un altro artista, che abbiamo avuto affinità di scopo, di mezzi ecc. ecc. come furono i Ramus, i Fantoni, il Picini.
Io poi mi congratulo grandemente con lei che ha dovuto compenetrarsi dei lavori Piciniani di fronte ai lavori dei Ramus e dei Fantoni. Noi troviamo infatti nei disegni di Picini, specie trattandosi di fregi, certe foglie certe pigne che lo caratterizzano ovunque. Nei cartocci, nei modioni e volute che si svolgono con capricci e movenze tanto geniali quanto naturali da parer di vederle vegetare; Picini sarei per dire che è in ciò inarrivabile. Di tal genere è la parte inferiore del ginocchiatoio di Milano. Tali capricci Picini spiegava anche nelle statuette quali sono quelle che adornano la parte superiore dello stesso ginocchiatoio nel fregio di cimosa vi sono dettagli precisi di quelli del paliotto della nostra chiesa fatto dal Picini, come già accennai fatta nel 1714 -1718. Così la medaglia superiore, chiusa nella cornice barocca ha l’identica forma del centro del citato nostro paliotto, salvo che in questo è disposta per traverso, nel ginocchiatoio è posta in senso verticale. Ritenga pure che Locatelli ha detto ben attribuendolo a Picini; quanto a me escludo anche la cooperazione dei Fantoni, e non ammetto neppure il minimo dubbio.
Veniamo al resto. Ignoravo assolutamente l’esistenza del Ms. della Parrocchiale di Tirano. La famiglia Scalvini esisteva a Brescia discendente dalla famiglia Ghibesi da Schilpario ( Val di Scalve ) e ce ne parla anche Tommaso nel suo libro " Scritti di Giovita Scalvini ordinati per cura di N. Tommaseo ecc. " Firenze Felice Le Monier; ma poi che questa famiglia abbia avuto altri artisti non mi consta: essi furono generosi patrioti fin a questi ultimi tempi del nostro Risorgimento. Neppure la tradizione di Castione merita tutta la nostra fede. Conosco l’opuscolo di Don Abati e ne parlai a lungo con lo Abati stesso quando mi diede il vispo di lui opuscolo. Non vedo sulla Cantoria di Castione che l’opera dei Fantoni, e non forse dell’Andrea.. Può tuttavia soltanto ammettersi che Picini fosse con Fantoni, quando fu costrutta. A Teveno non esistette nessun intagliatore di vaglia, ma dei falegnami, sia pure costruttori dei così detti cassoni matrimoniali in noce, con lo stemma di famiglia, con delfini od altre ornamentazioni sul frontale, cassoni dei quali ne bruricava la Valle, e quasi in ogni paesello aveasi uno o più di tali artisti. Io ho veduto molti annior sono la Cantoria della Parrocchiale di Tirano, ma non oso dopo tanto tempo pronunciarmi, ad ogni modo ben ha rilevato Lei che c’è confusione fra la tradizione della Cantoria del Santuario e quella della Parrocchiale di Tirano, e poiché io stesso non ho escluso che certi dettagli in quella del Santuario possano essere di Picini, così non è da escludersi a priori che Picini Fantoni e Ramus siano anche i felici costruttori di quella della Parrocchiale,che veramente ha comune una intonazione con quella di Castione, la quale ha tutti i caratteri larghi, spiccati dei lavori Fantoniani. E se ciò è avvenuto, coincide certamente con la data del 1706 segnata da quel documento di quella fabbriceria, giacchè son corsi qui alcuni anni nei quali non ho trovato lavori piciniani. Perciò opino che tanto il Paolo Scalvino bresciano, e lo scultore di Teveno recato dalla tradizione di Castione,altro non accenni in confuso che alla collaborazione della triade ( passi il termine ) celebre dei Ramus Fantoni e Picini. Infatti come nessuno seppe mai che i Ramus furono in Val di Scalve se un povero resto di registro della nostra vetusta pieve non ce ne accertava con incontrovertibili date, note e lavori, così è probabile che le tre celebri ditte, o unite o staccate, e contemporaneamente o in tempi diversi abbiano concorso nei lavori insigni tanto di Tirano come di Castione.
Perciò io opino che tanto il Paolo come lo scultore di Teveno altro non significhi che il Gio. Giuseppe Picini di Nona, contradetta vicinissima a Teveno, e formati con Bueggio e Pezzo anticamente unica contrata e di presente unico Comune.
Benissimo Lei ha detto accennando che i nomi vengano soventi volte mal trattati e peggio scritti. Osservò altresì, sia forse con importuno inciso, che in Valtellina la tradizione è particolare esaltata, causa, certo, le condizioni politiche a cui andò soggettata, ed io che feci lunghi studi sui Capitani di Sondrio prima nelle opere stampate del Quadrio, del Remegialli e d’altri assai, e poi negli archivi per cercare il controllo, ho potuto convincermi che quella plaga lombarda ha in modo particolare del favoloso nelle sue tradizioni, e che quasi in Valtellina non v’è terricciola che non conti i suoi eroi. E delle cose politiche alle cose d’arte nel volgere dei tempi e breve il passo. E se osserviamo che siamo nei secoli XVII e XVIII nei quali per Valtellina forse mal distinguevasi il bresciano dal bergamasco territorio in causa della ridda dei governanti a cui essa andò soggettta, non istenteremo a credere che sia stata scambiata la parola bergamasco bresciano per riguardo al Paolo Scalvino.
Però sotto l’aspetto, diremo secondario, che Picini abbia potuto lavorare a Tirano, senza attribuigli la parte principale, come vorrebbe la tradizione, secondo il povero mio parere è cosa di accettarsi, e fino a un certo punto per la debole mia cognizione, è da ammettersi la collaborazione dei Ramus, dei Fontoni e dei Picini , forse in minimissima parte del Santuario, in maggior parte nella Parrocchiale di Tirano, e forse qui e non nel santuario ebbe inizio la frottola del gallo cantante e dell’accecamento dei Picini, che invece morì vecchio sano e salvo nella sua Nona, dove condusse vita povera, stentata e isolata in mezzo ai suoi piccoli lavori, ma di un valore spesso superbamente classico.
Non ho mai trovato documenti che abbiano comprovato la morte di Pietro Ramus per veleno, ma potrebbe darsi che questo sia avvenuto dopo il 1702, perché diversamente le diligentissime pagine del Biancardi ne avrebbero fatto cenno indubitatamente, dappoichè i Ramus quantunque tedeschi vissero come in seconda patria ellettiva a Edolo, a Mu, a Vezza, e non fu che par lavori ingenti che passarono nel Trentino, tenendo però sempre come sede principale l’estrema Valcamonica presso e sulla via del Tonale. Erano tempi semibarbari, e luoghi in cui il mal seme dell’invidia all’ignava facilmente; i pochi caporioni delle comunità ad ogni costo brignavano per superarsi in ogni cosa, alcuno dei quali per non vedersi superato, chi ci dice che non siasi valso anche il veleno. Questo ci dice anche la fiaba dell’accecamento del Picini, non volendo, dice la favolosa tradizione, essere quei di Tirano superati con altra migliore cantoria. Di altra parte un’insidia qualsiasi diretta a tanti insigni artisti, può avere dato luogo alla estrema diffidenza del povero Picini a sedere a mensa di chi esercitasse la stessa di lui professione.

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