TESTO DEL COMMENTO SONORO SUL CD-ROM "GIO"

Sono trascorsi 300 anni dall’epoca nella quale l’"intaliatore di Scalve" Gio. Gioseffo Piccini (1661 - 1725) entrava nella maturità artistica: questo personaggio rimane ancora oggi avvolto in un misterioso alone di leggenda. Le recenti ricerche hanno inteso rivalutarlo e farlo conoscere con l’allestimento di una mostra iconografica e storica. Nona di Scalve, dove l’artista nacque nel 1661, era una delle numerose contrade che componevano la Comunità di Scalve. Posta alle falde del Monte Manina, fu per secoli un importante punto di riferimento per la presenza dei giacimenti di ferro esistenti sull’omonima montagna. La maggior parte dei 130 abitanti erano addetti all’estrazione del prezioso minerale ed al suo trasporto presso i forni fusori del fondovalle. Allevamento e pastorizia completavano il ciclo di un’economia quasi autosufficiente. E’ probabile che a Nona, come nella stessa valle di Scalve, vi fossero degli esperti artigiani ai quali venivano commissionati lavori di intaglio per l’arredo delle case signorili e pare che il piccolo Gioseffo abbia appreso le prime nozioni di intaglio presso la bottega di un Capitanio di Vilminore. Seguendo le tracce della biografia di Francesco Maria Tassi, pubblicata nel 1793, si scopre che il Piccini, a causa del suo temperamento schivo, si sottrasse testardamente alla notorietà, vivendo e lavorando nella sua bottega nel paese natale. Un suo grande maestro fu sicuramente Pietro Ramus, con il quale avrebbe lavorato nella parrocchiale di Tirano. Gioseffo si dedicò agli studi di anatomia, e perfezionò la tecnica producendo piccole sculture e bassorilievi. Si incontrò con altri artisti, come Andrea Fantoni, ed intrattenne rapporti di lavoro con alcuni nobili collezionisti d’arte, come Luigi Vidman, rappresentante a Bergamo del Veneto Governo ed il conte Carlo Borromeo.
Un documento di eccezionale importanza è la descrizione autografa stilata dall’artista nel dicembre del 1724.: "Nota d’alcune opere d’intaglio...". Nel manoscritto vengono elencati alcuni lavori eseguiti per il conte Borromeo e per il nobile Federici di Darfo; quindi alcuni paliotti ed altari commissionati per le chiese di Cedegolo, Breno, Borno e Nona. Piccini esegue poi una minuziosa descrizione di tre oratori o inginocchiatoi, dei quali uno si può tutt’ora ammirare presso il museo Poldi-Pezzoli di Milano. L’artista illustra infine quello che probabilmente riteneva essere il suo capolavoro: "un oratorio, che segue fatto così a fortuna...": un inginocchiatoio, eseguito probabilmente verso la fine del ‘600, che nel 1885 fu incorporato nel banco dei parati della chiesa di Telgate.
Con questo lavoro, la Biblioteca Comunale di Vilminore ha preparato il terreno per la continuazione della ricerca, pur permanendo l’estrema difficoltà nel reperimento delle fonti documentarie. Negli ultimi decenni le opere del Piccini sono state oggetto di continui e gravi furti: basti citare quelli avvenuti a Nona e Pezzolo nel 1991, quando in un breve arco di tempo furono trafugati oltre 60 pezzi di grande valore.
Riteniamo che non sia ancora troppo tardi: il Comitato di Gestione della Biblioteca di Vilminore auspica che la mostra sulle opere del Piccini produca risultati positivi: la strada è tracciata, e ci si attende il contributo degli studiosi. Ma anche quello degli scalvini che, per usare le parole di Eugenio Pedrini, "non hanno ancora perduto l’amore per la propria terra".

Il Comitato di Gestione della Biblioteca di Vilminore
Luglio 1997

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