VITE DE’ PITTORI SCULTORI E ARCHITETTI BERGAMASCHI
Scritte dal conte cavalier FRANCESCO MARIA TASSI
Opera postuma TOMO II

GIO. GIUSEPPE PICCINI SCULTORE

La somma diligenza e attenzione usata nell’intagliare in legno di Gio. Giseppe Picini, merita che si parli di lui con quella laude della quale sono degne le sue ragionevoli sculture.
Nacque da Viviano Picini li 12 Novembre 1661, nella terra di Nona posta nella Valle di Scalve, è sentendosi dalla natura inclinato a scolpire piccole figure in legno, n’ebbe qualche ammaestramento da un ordinario artefice: ma superato in breve tempo maestro, gli convenne procacciarsene un migliore, sotto del quale poter fare avanzare nell’arte. Portassi per tanto in Rirano della Valle Tellina, ove si ritrovava Pietro Ramus famoso scultore Tedesco, che fu anco Maestro in Brescia del nostro Andrea Fantoni. Ma volle una mala sorte, che dopo nove mesi seguita la morte del Ramus, fosse costretto a ritornarsene alla patria. Quivi datosi di proposito a continui studi, con l’aiuto del libro della simmetria di Alberto Duro, dell’anatomia di Michelangelo, e delle stampe di diversi autori, fece tale avanzamento che cominciò a produrre in pubblico molte cose degne di lode.
Il suo genio principalmente era di scolpire nel legno di bosso medaglie di piccole figure di alto e basso rilievo, e portarle poi o in questa città o in quelle a noi vicine, dove sempre gli veniva fatto di esitarle a prezzi non ordinari in simile incontro, in cui portavasi a Milano, ebbe la buona sorte di incontrare un grandissimo personaggio, il quale veduta un opera di basso rilievo che secolo aveva, sommamente la lodò, ed ordinò che giunto in Milano dovesse portagli la sudetta medaglia in cui era espressa la storia, quando Gesù dormiva sulla nave in tempo di una fiera tempesta, per la quale intimoriti gli Apostoli corrono pieni di spavento a risvegliarlo. Questi era il Co: Carlo Borromeo, che oltre avergli fatto pagare con molta gelosia la detta opera, gli fece molta istanza di fermarsi in sua casa, ove a suo talento proseguendo suoi studi avrebbe potuto operare senza essere costretto o dalle domestiche cure, o dalle proprie necessità di abbandonarli per procacciarsi il sostentamento, come più delle volte suole accedere. Ma essendo egli uomo timido, ed inclinato a vivere nella solitudine rifiutò umilmente le cortesi esibizioni del Cavaliere, e volle con maggior attenzione restituirsi fra le altissime selve della gradita sua valle. Moltissime sono e senza numero le opere, in grande e in piccolo, che ha fatte Ma basterà riferirne alcune fra le più singolari per dar saggio di sua virtù.
Fece per il N. H. Luigi Vidiman, allora Rappresentante in Bergamo, due medaglie istoriate con la decollazione di San Giambattista, e con la sentenza di Salomone; un Crocifisso scolpito in avorio, ed altre medaglie che furono poi dal sudetto trasportate in Venezia . Due bellissime di rilievo si veggono in casa Capitanio, in una delle quali è figurato Gesù fanciullo nel tempio con li Dottori, e nell’altra quando converte l’acqua in vino nelle nozze di cena: finite con l’estrema diligenza. Diverse sue fatture di medaglie, e Crocifissi sono presso li Signori Federici in Valle Camonica; ove pure nella Parrocchiale di Breno fece un parapetto di altare mirabilmente istoriato. Ha lavorato diversi oratori di quadratura, con eccellenti sculture di basso rilievo; uno dei quali trasportato in Brascia gli fu pagato dal Dottore Antonioli più di cento Filippi; un altro rimasto in sua casa dopo la di lui morte penso essere quello, che ora vedesi presso il Sig. Vincenzio dell’Olmo. Questo, per la sua grandezza, sarebbe più appropriato per una cappella o sagrista, di quello sia per una camera e fra le molte sacre istorie di alto e basso rilievo, che l’adornano, tre ve ne sono più grandi del mezzo, che contengono innumerabili figure; in quella di mezzo è raffigurato il Giudizio universale di sotto vedesi l’Inferno, e sopra il Paradiso: né si può esprimere la quantità, e verità delle ben isturiate figurette, le quali certamente non sarà possibile a chicchessa di poterle tutte distinguere, e numerare. Questa sola opera ci deve bastare per farcelo conoscere per una valente artefice assai pratico nella notomia, che vedesi esattamente osservata ne suoi studi, erudito nell’isturiare, attento e regolato nelle porporzioni.
Tralascerò pertanto tanta altre sue medaglie, Crocifissi, statuette, che senzanumero sono state trasportate in Venezia, Brescia, Milano e Roma; tanti suoi tabernacoli, parapetti istoriati, e statue di altare sparse in varie Chiese delle Valli di Scalve, e Camonica e tante altre sue fatture che veggonsi nelle case de’ privati cittadini; che inutile e noioso riuscirebbe qui farne il catalogo.
Ebbe più inclinazione a lavorare in piccolo, che in grande; e infatti non riuscì con quella felicità nelle grandi figure, facendole di una maniera più secca, per essersi attenuto forse più del dovere notomia. Fece le sue figure per lo più con la bocca mezzo aperta, e con certa grazia che sembrano spiranti ; li suoi volti sono quasi tutti con idee modeste, e umili , non avendo in considerazione, che talvolta devono farsi in azione risoluta e spiritosa. Circa poi il suo costume dirò che fu uomo ritirato e solitario, pieno di modestia e di umiltà. Non volle mai far lungo soggiorno nelle città, ne mai prenderle alcun cibo o bevanda in casa di alcuno della propria professione; forse per timore di veleno, come diceva esser accaduto al suo Maestro Ramus , la cui morte credersi sia stata accelerata da’ suoi emoli.
Giunto finalmente l’anno 1725., finì di vivere nella sua patria di Nona, ove quasi sempre aveva fatta sua dimora, e fu sepolto in quella Parrocchiale, che tanto di sue eccellenti fatture era stata abbellita.

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