WANTED: GIO’ GIOSEFFO PICCINI "INTALIATORE DI SCALVE"
di Miriam Romelli
( Gazzetta comunale luglio 97 )

Chi scrive non ha indubbiamente il talento di Agatha Christie, ma il compito di ricostruire la vita di Giò Giuseppe Piccini sarebbe risultato arduo perfino al mitico Hercules Poirot.
Il ricercato in questione, scultore di Scalve, non ha in realtà commesso alcun crimine, se non quello di ferire con bulino e scalpello vittime quali bosso e noce, creando così capolavori come il paliotto nella Chiesa di Cedegolo, i paliotti di Breno, Gorzone e Borno, il confessionale nella Parrocchiale di Valbondione, le tribune nelle Chiese di Pezzolo e S:Andrea, l’inginocchiatoio esposto al museo Poldi Pezzoli di Milano e quello conservato nella Chiesa di Telgate.

Qel lontono novembre del 1661
Il primo passo di ogni investigatore che si rispetti, a fronte di una sconsolante mancanza di indizi ed in presenza di dati a dir poco ermetici, come sembra del resto essere stata la personalità del Piccini, sarebbe quello di indagare sull’ambiente dove il soggetto in questione è nato ed ha trascorso gran parte della sua vita.
Come poteva essere Nona di Scalve il 12 novembre 1661? Sicuramente fredda, forse innevata, probabilmente se ne stavano rintanate in casa le famiglie Duci, Boni, Baldoni, Romeri, Chiappini, Camozzi, Tagliaferri e Piccini.
Il neonato Giò Giuseppe deve aver percorso in braccio a papà Viviano il breve tratto di strada che separava la sua casa dalla Chiesa, per poi venir battezzato dal Parroco Don Silli (di Colere, a Nona dal 1639 al 1680) nella Parrocchiale di Nona, che sarà anni dopo abbellita dal Piccini con svariate sue opere, tra cui le imposte in legno del portale d’ingresso, il confessionale, la tribuna ornata da sculture in legno, la statua della Madonna Immacolata, le ancone dei due Altari laterali, diverse cornici intagliate ed una stupenda "pace" in bosso con bassorilievo siglato e datato 1710.
Nella stessa Chiesa Giò Giuseppe verrà sepolto nel dicembre del 1725.

"...44 anni d’impegno e poca fortuna..."
Ed a Vilminore abitava l’intagliatore Capitanio, nella bottega del quale il piccolo Giò Giuseppe fu mandato ad "imparare il mestiere".
Non sappiamo per quanti anni l’Artista lavorò nel laboratorio del Capitanio, ma lo ritroviamo quindicenne presso i Ramus di Edolo, località da dove fece precipitosamente ritorno-così vuole la leggenda- dopo il presunto avvelenamento di Pietro Ramus.
Collaborò quindi con i Fantoni di Rovetta, ed a questo proposito è interessante ‘leggere tra le righe’ di una nota redatta dal Piccini il 15 ottobre 1699, indirizzata ad Andrea Fantoni, dove l’Artista dice tra l’altro : "...onde può giudicar V.S. che io non facio fortuna...". Un’espressione simile ..." 44 d’impegno e poca fortuna..." è scritta dal Piccini in calce alla "Nota di alcune opere d’intaglio" dove vengono descritti, nel dicembre del 1724, "...un quadretto al Conte Carlo Borromeo in Milano...un altro quadretto al Sign. Francesco Federici di Darfo... un parapetto all’altare maggiore della Chiesa del Cedegolo...un altro parapetto all’Altare di Sant.Siro ...un altro all’Altare della SS.ma Croce nella Chiesa di Borno un altro all’Altare Maggiore nella Parrocchia della Nona..un altro all’Altare dell’Immacolata Concezione...un altro all’Altare del SS.mo Rosario...un ripostiglio per l’Oglio Santo...nella Chiesa sudetta della Nona...un Tabernacolo...nella Chiesa di Borno...un altro Tabernacolo moderno a Pezzolo...un altro nella Chiesa di Sant.Andrea...un altro nella Chiesa d’Osine in Valle Camonica...un Oratorio al Sign.Francesco Rillosi di Vertova...un altro Oratorio al Dottor Ignatio Antonioli di Brescia...un altro Oratorio, che segue fatto così a fortuna, e che può servir per Camera di qualche Grande...".
La poca fortuna lamentata dal Piccini è paradossalmente rappresentata da due delle sue opere più famose, gli inginocchiatoi di Telgate e del Museo Poldi Pezzoli in Milano.
Quest’ultimo, destinato in origine all’Antonioli di Brescia, è stato attribuito fino allo scorso anno ad Andrea Fantoni di Rovetta; la paternità del Piccini è risultata evidente proprio in seguito ad un attento esame della sua descrizione.

Un inginocchiatoio "fatto così a fortuna"
Significativa è pure l’odissea dell’inginocchiatoio di Telgate: il 25 agosto del 1786 il pubblico notaio Marcus Antonius Palazzi redige un documento dove si attesta che Antonio Duci di Nona, erede della metà dei beni di Viviano Piccini, fa elemosina alla Chiesa Parrocchiale ( di Nona) della sua metà parte dell’Oratorio dato da vendere al Nob. Vincenzo Dall’Olmo, essendo quest’ultimo morto senza averlo venduto ed avendo disposto che i suoi eredi debbano : " ...sborsare alli eredi d’esso Picini zecchini dieciotto per detto Oratorio...".
Il " ...miglior impiego per il decoro d’essa Chiesa " della donazione viene affidato al Parroco Don Carlo Staurenghi ( da Valle Imagna, Parroco di Nona dal 1784 al 1789 - il documento è conservato presso l’Archivio parrocchiale di Vilminore).
L’inginocchiatoio " fatto così a fortuna" finì dunque nelle mani del Podestà Vincenzo Dall’Olmo ( in Valle dal 1759 al 1760) , per poi venire donato nel secolo scorso da Luigi Grassi -Ghislotti di Schilpario al Parroco di Telgate Don Giuseppe Calvi.

Uomo schivo e burbero, artista sensibile e delicato
Ma che cosa intendeva per "poca fortuna" un uomo che rifiutò l’aiuto di mecenati bergamaschi e milanesi e preferì " ritirarsi tra le altissime vette della sua Valle" ?
Sicuramente non l’irrisoria- secondo lui- prosperità economica,probabilmente il mancato riconoscimento del proprio valore artistico da parte dei conterranei. E’ interessante notare a questo riguardo che nell’edificio più importante eretto in Valle di Scalve alla fine del 1600 - la nuova Pieve a Vilminore - non si trovi una sola opera del Piccini. E’ pur vero che in questa Chiesa, costruita in stile barocco, prevale l’uso del marmo, in omaggio al nuovo gusto del tempo che predilisse questo materiale preferendolo al legno. Forse un "contributo" del Piccini si trova nel pulpito portato dall’antica Pieve, ma il nome del l’Artista è ancora subordinato a quello di altri scultori, in questo caso i Ramus. I celebri intagliatori di Edolo ( a tale località è assegnata la loro provenienza nei registri della Pieve di Scalve) lavorarono in Vilminore alla costruzione del pulpito, sino alla morte di Carlo Ramus, avvenuta nel 1672. Giò Giuseppe Piccini aveva dunque 11 anni quando in seguito alla scomparsa di Carlo seguì il fratello Pietro in Valle Camonica, per poi collaborare con i i Fantoni di Rovetta sul finire del 1600.
Il nome del Piccini è quindi sempre stato affiancato a quello dei Fantoni e l’attribuzione all’Artista scalvino del capolavoro esposto al Poldi Pezzoli non è che il primo doveroso passo verso la riscoperta di questo splendido scultore.
E’ auspicabile che la mostra allestita a Vilminore dalla Biblioteca Comunale apra la strada ad un dovuto - seppur tardivo - riconoscimento.

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