Articolo tratto da "Vilminore Informa" agosto 2003
storia e ricerca
Definitivamente attribuito allo scultore Giò Giuseppe Piccini di Nona un prezioso lavoro d'intaglio conservato a Villa Borromeo sull'Isola Bella
Il naufraggio dè Discepoli
Miriam Romelli

ZoomIsola Bella, uno scoglio che affiora sulla sponda occidentale del lago Maggiore dal nome fin troppo scontato, perchè come scriveva Charles Dickens nel 1844 "per quanto fantastica e meravigliosa possa essere ed è l'Isola Bella, è tuttavia bellissima". Un abisso separa il monumentale palazzo barocco edificato sull'isola a partire dal 1632 per volontà del Conte Vitaliano Borromeo, gli arazzi fiamminghi del XV secolo, i mobili, i dipinti, le statue, le grotte a mosaico e le terrazze sovrapposte dalle case di Nona nella seconda metà del XVII secolo, povere case abitate da minatori, contadini e da un artista che vi realizzò uno stupendo capolavoro conservato nella splendida villa. Fortunatamente la velocità del traghetto che dal molo di Stresa ci porta all'Isola Bella mitiga l'afa della torrida giornata di fine giugno. Grazie ai colloqui intercorsi nei mesi precedenti con la Dottoressa Serena Sogno, curatore dei beni artistici conservati a Villa Borromeo, abbiamo la certezza di poter attribuire ufficialmente la paternità ad un nostro conterraneo di un'opera d'intaglio conservata nella cappella privata, una zona inaccessibile al pubblico perchè gli oggetti che vi sono conservati sono così preziosi da non potere nemmeno correre il rischio di essere sfiorati dai visitatori che qui giungono da ogni parte del mondo. Saliamo i gradini dello scalone sorvegliato da cinquecentesche armature ed ornato con elmetti da conquistadores e dopo avere attraversato la sala da ballo, quella degli specchi dove i nostri volti sudacchiati ci vengono riproposti da innumerevoli sfaccettature, la camera da letto dove Napoleone Bonaparte dormì nel 1797, giungiamo nella sala attigua alla cappella privata; vi troneggia un quadro che raffigura il futuro S. Carlo Borromeo fanciullo accanto alla madre, vestito con abiti cardinalizi. Del resto nacque nel 1538 e nel 1559 era già Cardinale ed amministratore della Diocesi di Milano. "Humilitas" è il motto della famiglia Borromeo inciso sullo schienale delle seicentesche poltroncine disposte tutt'attorno alla sala, ma qui, sotto i soffitti affrescati dagli allievi del Tiepolo, per quanto mi sforzi, di umile non riesco a vedere proprio nulla. Lo stesso stemma decora la grata in ferro che ci viene aperta e subito richiusa sotto lo sguardo mi pare invidioso di esotici turisti; entrando nella cappella comprendo il motivo di tanta prudenza. La mia attenzione è attratta da un baule in legno rivestito di broccato ed avvolto da esili nastri fermati con sigilli in ceralacca;" Vedemi spiffera il gentilissimo custode Dario contiene alcuni degli abiti di S. Carlo...siccome sono reliquie può essere aperto solo in presenza del Vescovo di Novara...l'ultima volta è stato venticinque anni fa e non è stato fatto alcun trattamento, speriamo non ci siano le tarme...". Speriamo. Ed ecco, appeso alla parete proprio sopra il baule, il "quadretto" che cercavamo, bello da togliere il fiato, il tempo che ci viene concesso per osservarlo e fotografarlo è troppo breve, ho la sensazione di essere costretta ad ingoiare in fretta una pietanza succulenta che andrebbe gustata lentamente. E' un lavoro d'intaglio delle dimensioni di 65x70 centimetri che l'autore Giò Gioseffo Piccini così descrisse nell'anno 1724:"Un quadretto al Conte Carlo Borromeo in Milano con d'entro il naufraggio dè Discepoli espresso al vivo e all'intorno intresso de fogliami, insertovi d'entro a destra l'allegro Abele con suo altare, e sacrificio sostenuto in aria da un aquila, e di sopra un cervo, e al di sotto un agnello scaturenti fori voce, e fogliami, e a sinistra il dispetoso Caino con suo altare, e sacrificio posato sopra un rospo, e di sopra un licorno, e di sotto un lupo e altre cose indicanti l'avarizia e il mal cuore dell'offerente, e di sotto i timorosi Adamo ed Eva, che si coprono di foglie alla comparsa del cacciatore che si avvicina ad essi, di sopra la morte d'Abele innocente, e varie altre cose simbolegianti". Grazie alla stessa nota autografa fu possibile identificare come opera del Piccini un famoso inginocchiatoio esposto al Museo Poldi Pezzoli di Milano, nota fortunosamente rintracciata presso l'Archivio della Curia arcivescovile di Bergamo e redatta dallo scultore di Nona (dove era nato nel 1661) un anno prima della morte avvenuta nell'anno 1725. Tale "rivendicazione" fu promossa dalla Biblioteca Comunale di Vilminore presieduta nel 1997 da Agostino Morandi; lo stesso che osserva perplesso la targhetta in rame apposta sotto il "quadretto", dalla dicitura assolutamente errata che così recita: ".Il naufragio di S.Pietro, opera appartenuta al Cardinale Federico Borromeo". Ma il Cardinale Federico Borromeo, quello dei Promessi Sposi per intenderci, che ricondusse alla ragione l'Innominato, nacque a Milano nel 1564 dove morì nel 1631, trent'anni prima della nascita del Piccini; dunque il capolavoro non gli può essere appartenuto, bensì venne acquistato dal Conte Carlo IV Borromeo (1657- 1734), un personaggio che svolse un ruolo centrale nella promozione di iniziative culturali nella Milano fra il sei ed il settecento e fu Vicerè di Napoli dal 1710 al 1713. Ed il Piccini, che umile lo era per davvero, lo conobbe a Milano presumibilmente prima del 1710, come narra il Conte Cavalier Francesco Maria Tassi in " Vite dè pittori scultori e architetti bergamaschi", un'opera postuma data alla stampa nell'anno 1793: "...il suo genio (del Piccini) principalmente era di scolpire nel legno di bosso medaglie di piccole figure di alto e basso rilievo, e portarle poi in questa o in quella città o in quelle a noi vicine, ove sempre gli veniva fatto di esitarle a prezzi non ordinari. In simile incontro, in cui portavasi a Milano, ebbe la buona sorte di incontrare un grandissimo personaggio, il quale veduta un'opera di basso rilievo che seco aveva, sommamente la lodò, e ordinogli che giunto a Milano dovesse portargli la suddetta medaglia in cui era espressa la storia, quando Gesù dormiva su la nave in tempo di una fiera tempesta, per la quale intimoriti gli Apostoli corrono pieni di spavento a risvegliarlo. Questi era il Conte Carlo Borromeo, che oltre ad avergli fatta pagare con molta generosità la detta opera, gli fece molta istanza di fermarsi in sua casa, ove a suo talento proseguendo suoi studi avrebbe potuto operare senza essere costretto o alle domestiche cure, o dalle proprie necessità di abbandonarli per procacciarsi il sostentamento, come il più delle volte suole accadere. Ma essendo egli uomo timido, ed inclinato a vivere nella solitudine, rifiutò umilmente le cortesi esibizioni del Cavaliere e volle con maggior soddisfazione restituirsi fra le altissime selve della gradita sua valle..." Prendo nota degli ultimi dettagli appoggiando la mia umilissima agenda accanto ad un Messale appartenuto a S.Carlo, che sfoglio furtivamente per un attimo sotto lo sguardo spento della sua maschera funebre, realizzata con un calco in cera che riproduce fedelmente il naso aquilino ed i lineamenti affilati al momento della morte. Quando verso sera ci restituiamo alle selve della nostra Valle osservo con occhio diverso, forse più confidenziale, il ritratto di S.Carlo dipinto sulla facciata della casa dove vivo. Quanto a Giò Gioseffo Piccini della Nona di Scalve, la sua resa dei conti non è ancora ultimata. Alla prossima.

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