PIERANTONIO PICCINI

Ho un privilegio raro, per dire del Gio.Giuseppe PICCINI.

Sono psicologo di mestiere, sono scultore di professione, sono diretto discendente per il casato Piccini di Nona di Scalve. Mi permetto quindi tre modi differenti, tre letture non contrapposte, per descrivere quelle qualità così peculiari dell’Artista nelle fotografie esposte nella mostra di Vilminore di Scalve - Estate 1997.
" Secondo me ciò che fa così fortemente presa su di noi può essere solo l’intenzione dell’artista, nella misura in cui egli è riuscito ad esprimerla nel suo lavoro e a farcela comprendere. Mi rendo conto che questa non può essere semplicemente una faccenda di comprensione intellettuale; egli mira piuttosto a destare in noi lo stesso atteggiamento emotivo, la stessa costellazione mentale che ha prodotto in lui l’impeto creativo. " (S. Freud)
Lo descrivono "solitario", isolato e poco portato alla cura della sua immagine. Con una sorella Suora dotata artisticamente e quindi ambiente e famiglia con linguaggi e cura artistica.
Sicuramente fin da piccolo "a bottega", fuori casa, poi fuori Valle, e poi Artista in altre provincie in altre zone ben diverse dalla sua terra natia, e quindi presumibilmente conoscitore di altre genti , altri Artisti, altri modi di comunicare.
Certamente acuto osservatore, per necessità ovvia, ma probabilmente anche per piacere suo, interesse suo, ideale proprio. Forse ha cercato una sua omogeneità / peculiarità ideale tra Fede e pratica artistica; proposta in modo nuovo - specifico alla sua Valle di Scalve, stimolata però dall’esterno della Valle, da quei committenti che lo consideravano capace.
Forse un poco burbero ( "bàrbò" ), critico e pignolo convincente. Non pare si sia sposato, forse troppo alti- inconciliabili gli ideali e vita artistica con una tolda di figli intorno; niente di strano in tutto ciò
Forse troppo dotato di senso drammatico, realistico e ben poco lirico, ma altrettanto "dur de cràpo" e sfiduciato stanco solo al termine della sua attività e vita. Solitamente convinto che darsi pena per apparire o essere considerato, non fosse qualità del suo costume d’essere ( traguardo no di certo ).
Solo un concetto "promozionale", ma difficile da controllare anche allora, poteva permettere una apertura personale, una visuale ampia, una sollecitazione continua. Certo che in Valle di Scalve, a Nona, nell’Oltrepovo, in quel tempo, non ci poteva mai e poi mai essere un terreno- territorio "aperto". Più chiuso, più confine di quello !
Da bambino i miei zii della Nona mi raccontavano che i montanari - contadini - boscaioli - mandriani della zona di Oltrepovo, in primavera scendevano a valle, in paese, portandosi a presso i corpi, congelati per tutto l’inverno, dei defunti sulla Manina e montagne intorno.
Più che comprensibile che anche il Piccini seguisse e segnasse quel ritmo vitale.
Il suo tono caratteriale, d’animus, sembra per altro molto fedele, con forte pietas di fondo, non come un opportunista della Fede ( quale prerogativa che la cultura / fede religiosa di quel periodo offriva come dominante / committenza esclusiva a molti Artisti della zona ).
Infatti nelle sue opere traccia una continua sensazione per niente arcaica e ben dinamica, ricca, creativa e complessa contemporaneamente. Uomo tutto d’un pezzo? , rude all’esterno?, sensibile e dolce all’interno?, non certo mansueto a me pare! Basta coglier un poco le forti tensioni delle sue opere, che sia pure aggraziate da una plasticità "gaudiente" sembrano rivitalizzare il luogo ed il contenuto che rappresentano. E poi dice "no" a Milano preferendo la durezza della sua "gradita" Valle.
E così il Piccini mi sembra, sinceramente, senza quella sete di colpa - pena, piuttosto tipica della scultura e della cultura religiosa artistica imperante in quel periodo. Anzi, ben più disposto alla vivacità ed armonia, lui che in Valle, in Nona, non seguiva certamente eccesso di conflitto, di contrasto.
Ma queste qualità, per noi oggi; queste impressioni o emozioni privilegiate da cui difendersi (perché, ad esempio, non ben capite, preoccupanti o estranee al modus viventi e pensanti della Valle), hanno espressione/emozione interiore, fossero modelli di vita e non solo tecnica artistica. esposto il Piccini all’oblio, ad un eccesso insolito di rimozione - negazione.
Quasi rinnegato; forse, ai termini dei suoi giorni da lui stesso scritti in tono non elegiaco, ma rudemente concreto, non donò la sua vita, le sue opere rimaste, la sua fama alla gente scalvina. Che forse si aspettava da lui un doveroso omaggio da spendere fuori Vale, come piccola fama riflessa. Forse non gli perdonarono questo suo ultimo gesto; figuriamoci poi se dovevano pure difendere la fama o nomea di un quasi matto, di un solitario troppo bravo, di un tipo guardato sicuramente "storto".
E poi, non si mantiene proprio così il tradizionalismo? Che non è certamente la tradizione caratteriale, personalogica manifestata invece da un grande Maestro della propria terra della propria Valle, quale il Piccini.
Non hanno forse negato a tutt’oggi, per motivi anche banali, l’inginocchiatoio, le statue, la sollecitudine conveniente, alla sua mostra e nella sua Valle di Scalve, alla vista e contatto tangibile de manu, ai suoi concittadini Scalvini discendenti ?
E sono passati 250 anni !
" ..... la consapevolezza plastica, intesa come struttura concretamente dominata e schiettamente sentita del corpo umano organicamente e vigorosamente composto, è caratteristica costante dell’operare del Piccini.... proprio dell’eleganza imprezionista da una vibrante sensibilità luministica dà la forma e il tono....."
( Gabriella Ferri Piccalunga )

Come scultore, mi sento di affermare che qualcosa il Piccini me l’ha trasmessa, o meglio alcune note estetiche del Piccini sono divenute linee estetiche a me proprie. Non esprimo quindi critica d’arte, ma indico ciò che primariamente mi porta alla similitudine artistica con il mio avo.
La Deposizione della Chiesa Parrocchiale di Nona; 11 cm x 16 cm, bassorilievo in basso. E’ molto difficile vedere conoscere intaglio così fatto. Quanta poca accademia di forma c’è in quelle espressioni dei volti, corpi, dimensione, figura globale. Un artista che colpisce così non può avere personalità artistica accademica, né una concettualità estetica formalistica.
E quel sudario, trattenuto con la bocca, nella figura che sorregge il Cristo. Non è certo da peregrino intagliatore tracciare una drammaticità tale in modo così ardimentoso, sensitivo, per niente citazionista. Mi hanno consigliato di confrontare questo gesto tanto particolare, con altre Deposizioni di Pittori del 500/600. Se anche fosse, dimostra che il Piccini sapeva ancor più rilevare quali novità formali emergessero da completare; se fosse particolarità tutta sua, dimostrerebbe ancor meglio la compiutezza, la grazia la sensibilità del suo rappresentare concretamente forza estetica e drammaticità tematica.
Il Compianto, della Chiesa Parrocchiale di Nona; sei sculture, rimaste solo impresse nelle cartoline sulle opere dell’artista in Nona di Scalve, rubate al senso civico collettivo ed al piacere artistico. Sei sculture che sembrano sprizzare toni quasi mediterranei d’espressione, gestuale, di postura, di drammatizzazione, di esposizione e creazione - plastica.
Altro che tono spesso rude / formalistico/ scuadrato , di molta scultura lignea Nord Italiana ed Europea di quel periodo. La seconda scultura a sx , si muove con danza, sembra di sentire la nenia funebre delle parche in sottofondo, la seconda figura a dx. sembra raccogliere il cielo, a braccia aperte, per lo stupore e la preghiera da offrire come ai tempi degli antichi; la prima a dx. inginocchiata, ma con un angolo di posa tanto avanzato che sembra cadere in avanti, verso il Cristo deposto. Il tono plastico dell’opera è tanto forte, tanto bello, tanto prezioso, che ancor più è grande il dispiacere di saper divise e negate alla vista questi capolavori.
Le sculture lignee, di personaggi - vari , in Nona, Colere, S. Andrea ( quelle che ho guardato e toccato personalmente ). Policrome, "fiatanti " come dice il Pedrini, ma soprattutto dorate, con quel dorato così magistralmente improvviso, vellutato. Altro che semplice intagliatore, scultore della vena di legno. Dopo aver sognato compiutamente i segmenti reali del corpo, i movimenti e gesti, le soglie emotive dei personaggi, il Piccini riesce a farli adorare in modo luminoso, cromatico, rivitalizzante, sollecitando ulteriore dinamismo alla figura, alla presenza - presentazione del soggetto scolpito.
Non si dica più che il Piccini è un artista di poco conto!
Sempre come scultore, rilevo alcuni aspetti che non comprendo: non sono stati trovati nè individuati, i disegni delle sue opere, né preparatori, né descrittivi, né finali. Ciò non è possibile per un artista - scultore! Li hanno bruciati? lui stesso o altri del paese? hanno fatto sparire tutto dal suo laboratorio, e così bene? e per quale motivo se non per darli ad altri interessati? o trafugati e poi rivenduti? li hanno donati, a chi, dopo la morte? Uno scultore i propri disegni li tiene solitamente quasi come oggetti di culto, per motivi vari. Forse li hanno scambiati, assortiti ed attribuiti ad altri Scultori fuori Valle; ma proprio tutti?. Troppe stranezze, per essere lasciate a valutazioni o responsabilità casuali.
" Te se prope matt, stèss de chèl Picini "
Per la discendenza diretta, da parte paterna in paese Nona di Scalve, Gio. Giuseppe Piccini è sicuramente mio Avo del casato dei Piccini.
Ed allora due fatti mi ricordano il rapporto diretto. Mio padre Mario pochi giorni dopo la mia prima scultura, in solaio ad Azzone, mi disse esplicitamente: " non sarai mica matto come il tuo avo Piccini
" ! Bell’inizio, pensai".
E così ricordai nuovamente la storiella, che sempre mio padre raccontò a me piccolo, di quel gallo scolpito da quell’artigiano del legno del suo paese natale - Nona.
Il gallo era messo in un orologio, probabilmente di campanile, cantava al tocco delle ore, in piazza di un Comune in Valcamonica. Ma i paesani sembra non l’avessero mai apprezzato. Il Piccini, seccato di ciò, l’aveva messo definitivamente a tacere, modificando nottetempo i meccanismi. Se il collegamento che mio padre faceva con il suo Avo era questo, immaginatevi il mio stupore.
Devo anche dire, che in casa mia si vedevano cartoline degli anni 50 e 60 edite in Valle e provincia con la famosa Deposizione intagliata e con alcune opere del Piccini in Nona di Scalve, fotografate tipo collage.
Mi sento, oggi, onorato della sua riscoperta della sua attuale promozione, tardiva ma significativa. Sento a me reale, diretto, prorompente il suo mostrarsi come grande scultore del 700, cui fare riferimento; non più da rinnegare e dileggiare, nemmeno come discendenza genealogica, figuriamoci storica ed artistica.
Ancora oggi c’è timore, incongruenza, incompetenza, delegittimazione, verso e contro l’abilità del Piccini mio Avo.
Da questa mostra, si parte veramente per tracciare altri confronti ben più solidi ed affermati. Almeno non consideriamolo più un comprimario, o minore. Dopo queste ed altre conoscenze faticosamente carpite all’oblio ed all’ignoranza. Ne deve ora discendere orgoglio e convinzione per tutti gli scalvini, per me suo pro-pro-pro ecc. nipote di casto, per la cultura artistica e gli Artisti che lo credono finalmente tale.
E così l’elogio, i complimenti, ai curatori di questa mirabile mostra, impegnati da anni in tal compito defatigante, non è di pragmatica. Mi permetto e sento di esprimerli io al posto del fu Gio. Giuseppe Piccini. Era ora, che i miei valligiani sapessero cosa e chi può dare, a volte anche in modo sublime, questa terra! Non ritraetevi dalla bellezza e non nascondetela. E nemmeno fatela più rubare o svendere!

Giugno 1997

Pierantonio PICCINI

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