ITINERARI CULTUALI IN VALLE DI SCALVE:
UNA VIA DELLE COPPELLE FRA PAGANESIMO E CRISTIANESIMO

La Valle di Scalve appartiene a quelle aree marginali, erroneamente trascurate e che conservano tracce di un passato nascosto nelle pagine indelebili delle montagne e sopito nei ricordi della gente. Una piccola valle inserita come un cuneo fra realtà più note e complesse1 che hanno lasciato evidenti segni nella mescolanza etnografica e linguistica che si riscontra nella gente di Scalve. L'economia e la storia della Valle ruotava intorno all'attività estrattiva, un'industria chiusa a metà anni 70 dopo un percorso di circa 2000 anni, ma molta operosità era ed è legata ad altre iniziative che hanno sfruttato le risorse locali. L'uso del legname e l'allevamento, soprattutto bovino, sono state due voci importanti nel passato e ancora oggi sopravvivono a fianco del turismo, crescente movimento alternativo all'industria metallurgica. Le particolari condizioni climatiche e pedologiche hanno favorito l'insediamento di moltepici specie endemiche, soprattutto floristiche, osservabili con il mutare delle stagioni; non meno importante l'aspetto faunistico, conservatosi inalterato nel corso dei secoli. A favorire la conservazione dell'ambiente hanno concorso due elementi: la buona gestione del territorio, operata fin dall'epoca della dominazione veneta e la posizione isolata2, lontana dalle importanti vie di comunicazione che, impedendo una massiccia speculazione edilizia, hanno permesso di consegnare alle future generazioni la Valle pressochè intatta. L'ambiente impervio della vallata ha reso la zona poco appetibile anche ai cacciatori-raccoglitori paleolitici; una probabile stazione mesolitica è posta al Passo del Vivione, a quota 1828 metri. La località "Castel" di Vilmaggiore testimonia la presenza di un presidio romano3, insediatosi probabilmente per favorire il lavoro delle miniere di ferro locali, mentre il primo documento che riporta una sommaria descrizione della Valle è datato al 774, anno in cui Carlo Magno dona le terre di Scalve ai monaci di Tours4. Un secondo documento di una certa importanza è il diploma emesso da Enrico III, nel 10475, con cui veniva concessa agli scalvini la facoltà di negoziare e vendere il loro ferro entro i confini dell'Impero. La specificità di tale disposizione dimostra come l'attività estrattiva fosse già fiorente e rivestisse un'importanza economica non indifferente per l'intero bacino del fiume Dezzo. Nell'anno 1195 si ha, per la prima volta, un atto in cui compare il borgo-franco di Scalve, con l'inizio di un'organizzazione comunale che si stà sviluppando6. La Valle passò sotto il dominio di Venezia nel 1428, non come territorio di conquista ma per libera scelta degli stessi abitanti di Scalve che ebbero riconosciuti dalla Serenissima i privilegi precedentemente concessi. Con la conquista francese del 1797 inizia, per la Valle di Scalve, il momento del decadimento e delle ristrettezze, culminato con il regime di oppressione instaurato durante l'occupazione austriaca, iniziata nel 1815. Dopo l'unità d'Italia, il territorio di Scalve avvia un lento ma graduale recupero della sua identità, divenendo una delle vallate comprese nella provincia di Bergamo7. Recentemente, grazie all'interesse di alcuni ricercatori locali, è in atto, con mostre e pubblicazioni, una rivalutazione della cultura locale, ma, soprattutto, uno studio del territorio con la ricerca di indizi che possano far comprendere la vita e le manifestazioni cultuali del bacino del fiume Dezzo.
Le prime ricerche archeologiche, eseguite dal Centro Camuno di Studi Preistorici di Capo di Ponte, risalgono alla metà degli anni '60, con una sommaria esplorazione della zona8, proseguite nel 19719 e 197610 e riportate con brevi note nei bollettini pubblicati in Valle Camonica. Altre segnalazioni, non di incisioni ma di probabili siti archeologici, avvengono negli anni '80 e sono riportate nella Carta Archeologica della Lombardia11. Negli anni '90 ricerche da me condotte hanno permesso di comprendere l'importanza di alcune strutture12 e la necessità di uno studio sistematico sul patrimonio locale. Si deve al dott. Priuli un primo esame sistematico dei beni ambientali e culturali della zona; per conto della Comunità Montana di Scalve, nel corso di tre anni di ricerca13, analizza varie necessità di interventi improrogabili in vari settori, il tutto sintetizzato in una agevole pubblicazione (Priuli 2003). Negli anni scorsi la mia ricerca è continuata, riuscendo a definire alcune zone di interesse non solo archeologico che necessitano di ulteriori indagini e inquadramenti storiografici locali che, grazie a pubblicazioni specifiche, possono essere portate a conoscenza del pubblico14.
Sinteticamente, la Valle di Scalve ha 7 zone di interesse archeologico:
- Pianoro di Cima Verde - Rifugio Albani: presenza di incisioni e resti di scavi minerari
- Valle del Gleno: presenza di incisioni e forno di torrefazione
- Valle del Tino: sito archeologico romano, presenza di incisioni, ritrovamento casuale di moneta romana.
- Valle Venano: area cultuale, resti di archeologia industriale rinascimentale, rade coppelle.
- Valle del Veneroccolo: per lo più strutture riferite alla guerra del 1915-18
- Fondi di Schilpario: resti di archeologia industriale
- Azzone: probabili resti di strutture tardo romane o altomedievali

In un quadro così frammentario e non ancora sufficientemente indagato, inserire la complessità archeologica dell'intera area scalvina sarebbe arduo e fuorviante perciò il mio contributo verte sulla presentazione di una località della Valle di Scalve, attualmente oggetto di indagine da parte della Soprintendenza Archeologica della Lombardia.

La Valle del Tino: antico percorso al monte sacro

La vallata, formata dall'erosione del torrente Tino, si sviluppa verso nord alle spalle della frazione di Vilmaggiore, il Vicus Major fondato, probabilmente, in epoca romana al centro della Valle di Scalve. Nella zona sono stati individuati, fin dal XIX secolo, resti "di fortilizi"15, ubicati nella località Castello, in posizione dominante sull'attuale paese. Diffusi resti di tegoloni o embrici testimoniano la presenza in loco di fabbricati, forse una quindicina, mentre, nella parte sommitale dello sperone roccioso a ridosso del probabile villaggio, sono evidenti i ruderi di una probabile torre d'avvistamento. Una vecchia leggenda narra che, in loco, viveva un conte pagano che si convertì alla religione cristiana, schierandosi al fianco di Carlo Magno16 nella diffusione della nuova fede. Ancora oggi la baita di Brandelegno porta il nome del conte e la tradizione vuole essere stata l'antica rocca in cui si rifugiò il nobile prima della conversione al cristianesimo. Il bosco compreso il sito del Castello e l'antica Pieve, posta alla destra orografica, è denominato "Bosco dei morti", forse a ricordo di un luogo di sepoltura. Salendo oltre la fascia boschiva che ricopre i fianchi del Monte Tornone, si perviene all'ampia insellatura compresa fra il Pizzo Tornello e il Pizzo Cornalta in cui sono posti due laghetti alpini: Varro e Cornalta. Sulle rive del lago di Varro è stata rinvenuta una moneta romana17 con l'effige di Costantino (306-337 d.C.); questo ritrovamento permette di inquadrare in un lasso di tempo definito il complesso archeologico di Vilmaggiore, almeno fino a quando non saranno effettuati scavi sistematici o avverranno nuovi ritrovamenti datanti.
L'intero percorso che sale dal paese ai laghi alpini è stato probabilmente un antico itinerario cultuale, testimoniato da alcune incisioni, oltre che dalla narrazione leggendaria.
La prima pietra incisa è un masso di forma quadrata18, con lato di 47 centimetri, su cui è stata ricavata una coppella nell'angolo sud orientale: è posta in posizione dominante sul complesso abitativo della località "Castello". Per realizzare la fossettina nella dura arenaria del masso è stata usata una punta metallica che ha lasciato visibili segni, con evidenti creste di stacco. Poco sopra, su una pietra di marna chiara un tempo facente parte del muro dell'antica torre, rovinata in seguito al crollo del manufatto lungo il pendio del cocuzzolo, è incisa una piccola coppella. Forse è solo il fondo di una coppella anticamente più grande o l'inizio di una incisione mai finita ma sicuramente non casuale. Sulla sommità della dorsale della "Tor", nella fascia nord occidentale opposta rispetto ai ruderi della costruzione, altre due grosse coppelle sono state scoperte dopo i lavori di pulizia dell'area19. Le "scodelle" hanno il diametro di circa dieci centimetri e una delle due ha la parte inferiore sfondata, perché la roccia in cui è stata ricavata presenta all'interno dei vuoti naturali, non visibili all'esterno. Fra le due coppelle è stata incisa una croce, parzialmente rovinata dallo sfogliettamento naturale della roccia. Escludendone l'uso come contenitore di sale per gli animali - poiché la zona non era adibita a pascolo - l'interpretazione di queste espressioni d'arte non figurativa ci riconduce a segni confinari o a simboli cultuali d'estrazione pagana, successivamente esorcizzati. Le ricerche nella zona hanno permesso di scoprire un masso inciso, posto all'ingresso di un grande riparo collocato sul versante nord della dorsale sulla quale era stata costruita la torre. Il masso si è staccato in antico dalla volta dell'antro, forse in seguito ai lavori di cavatura delle pietre, intervento che, probabilmente, ha fornito la materia prima per la costruzione della torre stessa; resti di muri a secco testimoniano l'antico lavoro di escavo20. Sulla liscia superficie marnosa della pietra sono state eseguite parecchie incisioni, rilevabili nella parte sub triangolare più alta e interna rispetto al piano di calpestio del riparo. Le figure filiformi individuate comprendono tre antropomorfi, tre figure scaliformi, un quadrato con linee interne parallele, una figura a phi, due triangoli, sei solchi lineari a polissoir, tre iniziali di nomi, la data 1922 e molte linee graffite, senza un apparente significato. L'iconografia della superficie incisa sembra prendere avvio da una piccola figura di ornitomorfo con lunga coda, interpretabile come rappresentazione di un pavone il quale ci riconduce, per il suo significato medioevale d'alterigia21, alla leggenda del Conte di Brandelegno. Il tratto che caratterizza le grandi iniziali e la data 29-8-1922 più profonda e marcata, si discosta dagli elementi filiformi delle figure scaliformi e di antropomorfi graffite sulla superficie del macigno di Vilmaggiore e, grazie alla sovrapposizione delle figure, si può stabilire una cronologia figurativa anche se è difficile disporre una datazione precisa. Poco discosto da questo masso, una piccola pietra conserva alcuni segni filiformi di difficile lettura perché parecchio rovinati dall'usura operata sulla superficie tenera della roccia marnosa che costituisce l'insieme del grande riparo.

Proseguendo lungo il sentiero e usciti oltre il bosco, si giunge alla località Cassinei, una malga alpina dove, su una pietra stretta e di forma allungata, infissa nel terreno antistante l'entrata della baita, sono incise due piccole coppelle di tre centimetri di diametro e due di profondità. Addossate agli stipiti della porta d'ingresso ci sono due pietre dalla superficie piana; sulla lastra di destra è stata incisa a martellina e con un tratto profondo e regolare, una grande lettera E rovescia. Una evidente coppella, di forma circolare con diametro di circa otto centimetri e profonda circa tre, è stata incisa su una pietra a forma di triangolo rettangolo, con i lati di 34 e 29 centimetri ed utilizzata come elemento costruttivo del muro perimetrale del ricovero per le bestie, oggi crollato. Il piccolo sasso mostra chiari i segni dei colpi inferti per ridurlo alle dimensioni attuali la "scodella" è stata comunque rispettata ed è visibile nella parte della pietra che forma l'angolo retto. Non è possibile stabilire esattamente da dove il sasso inciso sia stato staccato perché l'arenaria permiana, di cui è costituito, è parte integrante delle rocce dell'intera area circostante l'alpeggio, ma non è escluso che, in antico, abbia fatto parte di un complesso iconografico più articolato. A conferma di ciò è una quarta coppella, poco evidente perché poco profonda e coperta da licheni grigiastri; è stata incisa su una piccola lastra staccatasi, molto probabilmente già durante la fase incisoria, dal basamento d'arenaria adiacente alla parete rocciosa posta dietro i ruderi della baita. La pietra ha uno spessore di 7 centimetri con un lato lineare di 43 centimetri combaciante con il masso da cui si è/o è stata staccata; la coppella, di circa 4,5 centimetri di diametro e profonda solo un centimetro, è stata impressa vicino al lato rettilineo.
Dai ruderi della baracca lo sguardo spazia sul sottostante pianoro, in cui un tempo troneggiava la torre romana citata in precedenza, continuando verso l'antica Pieve di Vilminore per proseguire lungo il solco del fiume Dezzo che fiancheggia la via Mala. Nella fascia piana dove è situata la frazione Dezzo, in comune di Colere, nel 1964 veniva individuato un masso inciso in cui erano impressi a martellina alcuni dischi, un serpentiforme e coppelle. In seguito a lavori di allargamento della sede stradale, il blocco di roccia è andato perduto e rimane solo la sommaria descrizione in B.C.S.P. 6 pp.124, 1971, ma la simbologia delle figure incise ricorda i temi dell'acqua e della vita, oltre a quello ctonio, racchiuso nell'allegoria del serpente. L'acqua del ruscello scorre lungo la valle del Tino congiungendosi con il torrente Dezzo, immissario dell'Oglio, formando in questo modo una linea non solo immaginaria ma reale che sale dalla Valle Camonica e termina sulle rive di due laghetti alpini posti più a nord. Sorgendo dai laghi di Varro e Cornalta, l'acqua evoca la nascita e scorre sulla pietra come il sangue nelle vene, portando e diffondendo la vita che si origina al limite delle nevi, fra le brulle rocce delle cime. Le coppelle, originario simbolo confinario22, delimitano la zona, accompagnando il tumultuoso ruscellamento e restano testimoni di antichi pellegrinaggi.
Proseguendo lungo il ripido pendio e attraversato il ruscello23, si rinviene, impressa su un masso vicino all'acqua, un'altra piccola coppella isolata, apparentemente senza significato ma con il recondito intento di dare continuità al percorso cultuale che, in questo punto, trova l'unica possibilità di guadare il torrente.
Poco sopra si raggiunge l'alpeggio di Varro, di cui oggi rimane un'unica baita24 addossata ad uno sperone di roccia ma vari resti di muri, sparsi negli adiacenti terreni erbosi pianeggianti, testimoniano l'importanza del luogo nei secoli scorsi. Prima di entrare nello spazio antistante la piccola baita, si deve transitare su una pianeggiante superficie rocciosa, che occupa tutto l'area dell'antica mulattiera, su cui è incisa una grande croce potenziata. I viandanti, per proseguire e raggiungere le sponde del lago alpino ubicato poco sopra, devono obbligatoriamente calpestare il simbolo cristiano; sembra che questo simbolo sacro sia stato impresso per sacralizzare il cammino delle persone o delimitare uno spazio, segnare una sorta di confine fra l'area cristiana e lo spazio superiore sconosciuto, pagano. A rafforzare questa valenza di sacralità sono tre piccoli "calvari", impressi a martellina su una pietra rettangolare murata nel muro della baita. L'allineamento regolare delle figure, di cui una sembra incompleta, ricorda tre sentinelle poste a tutela di confini come monito per chi vuole superare il limite dello spazio consentito. Rivolte verso il fondovalle e dominando lo spazio sottostante, infondono la sacralità del segno che rappresentano, esorcizzando l'intera zona. In una pietra irregolare con evidenti segni di sbozzatura, posta davanti alla soglia della baita, è stata incisa una coppella di circa 6,5 centimetri di diametro e profonda due; la parte interna di questa coppella è liscia e presenta dei segni circolari che fanno supporre che questa fossetta sia stata usata come cardine per la porta d'ingresso, forse della baita stessa25. Un'altra croce greca è stata profondamente incisa nella roccia interna allo spazio abitativo su cui poggiano le fondamenta della costruzione rurale, quasi a voler esorcizzare e benedire questa casa o i suoi antichi abitanti.
In un recinto in pietra26 (barek) costruito poco sotto il lago di Varro e usato in antico per radunare le bestie al pascolo è visibile, su un masso inglobato nel muro in pietra, un'altra coppella. Questa si differenzia dalle precedenti perché è di origine naturale, l'uomo ha solo leggermente modificato i bordi, svasandone l'imboccatura.
Il ritrovamento casuale di una moneta d'epoca costantiniana sulle rive del lago di Varro apre uno spazio interpretativo di notevole interesse poiché il bacino idrico non si trova lungo una strada di collegamento ma è circoscritto in un bacino glaciale chiuso. E' difficile pensare ad uno smarrimento casuale della moneta come alla deposizione intenzionale di un pellegrino o viandante che transitava sulle rive del lago perché il sentiero che costeggia il piccolo specchio d'acqua non pone in comunicazione nessuna località ma termina sulla cima del Pizzo Tornello, poco distante. E' lecito quindi pensare che questa moneta faccia parte di un deposito votivo riferito al culto delle acque e legato alla fertilità, suggerito anche dalla forma del bacino naturale che dà vita al ruscello della vallata del Tino. All'inizio della piccola valle del Tino è stata eretta, intorno all'undicesimo secolo, l'antica Pieve27, oggi ricordata da un piccolo tempio ottagonale dedicato all'A.V.I.S.28. Nel 1582, sulla sponda opposta del torrente poco sotto la località Castello, venne eretta una cappelletta in cui venne dipinto il crocefisso in braccio all'Eterno Padre, con lo Spirito Santo in forma di colomba e ai due lati i Santi Rocco e Sebastiano29; nel 1584 la tradizione vuole sia avvenuto un miracolo in seguito al quale si procedette alla costruzione dell'attuale chiesa della S.S. Trinità. La prima apparizione miracolosa ebbe luogo <... sul cadere dell'anno 1584 e precisamente il 27 Dicembre sacro a S.Giovanni Evangelista, poiché in tal giorno se ne fa la commemorazione…> come riporta in una lettera Don Giacomo Palamini, Arciprete Vicario F.di Vilminore30.
Si può cogliere un sottile filo conduttore che unisce le incisioni con le raffigurazioni sacre e la narrazione leggendaria ambientata nella zona. Sembra che tutto tenda a voler esorcizzare il luogo, come a voler cancellare o sostituire antiche credenze o culti evidenziati dal toponimo del "Bus pagà", l'antro dei pagani che si apre nei pressi della località Castello31. Le coppelle incise lungo il
percorso sono la riproduzione del piccolo lago che, dalla sua culla naturale, genera l'acqua che scorre lungo la vallata, portando il simbolo della vita giù nella Valle, fra gli uomini che salgono fino alle rocce per officiare riti. Venne la Croce, il nuovo Credo che faticò a sostituire le antiche credenze. Impossibile distruggere i luoghi e i simboli sacri agli idoli pagani e allora …< …,altaria construantur, reliquiae ponatur,…> "…,si costruiscano altari, vi si collochino reliquie,…" secondo i dettami di papa Gregorio Magno32. Viene compiuta quindi l'opera di recupero dei luoghi pagani che porterà all'edificazione della Pieve di Vilminore e alla chiesa della S.S. Trinità di Vilmaggiore33 ma che aveva avuto inizio, nell'usanza popolare, con l'incisione di croci a fianco di coppelle.
In questo contesto il "masso del pavone", narrando la storia attraverso i messaggi racchiusi nelle sue raffigurazioni, ci racconta la sacralità di questo percorso. La bella figura del pavone simboleggia la
boria, il lusso e la superbia, caratteristiche proprie dei nobili medioevali, in contrapposizione con la povertà e l'umiltà della gente comune che trovava unico conforto nella pratica della religione, sia pagana sia cristiana. A fianco dell'ornitomorfo sono impresse quattro figure scaliformi: la scala, simbolo ascensionale che permette l'unione fra cielo e terra, ovvero della possibilità di avvicinarsi alla divinità, forse allude al percorso della montagna che sale verso i laghi alpini, da cui trae origine il percorso dell'acqua. La figura umana, un poco discosta, con il corpo reso con tredici linee e privo delle braccia, è interpretabile come un bimbo in fasce, impresso a simboleggiare la nascita, ossia la vita stessa. Il quadrato solcato da linee verticali e congiunto con un tratto alla linea che fuoriesce da una figura circolare, evocando la leggendaria quadratura del cerchio, può essere letto come il desiderio di ricondurre l'elemento terrestre e quello celeste ad una ideale concordanza.
Due personaggi, uno dei quali associato al pavone, con due piccole linee che fuoriescono dal capo e il secondo, con una piccola croce incisa nel busto, ci rimandano alla conversione del Conte, passaggio fra il rituale pagano legato al culto delle acque e il credo cristiano.
Tre sottili linee che collegano i due personaggi sembrano voler evocare un mutamento, l'avvenuta conversione, il passaggio dal conte pagano all'uomo cristiano. L'evangelizzazione della Valle inizia effettivamente solo dopo il 774 dopo un periodo di paganesimo longobardo e dovette essere lenta e faticosa. Le scarne notizie storiche della Valle di Scalve non permettono di ricostruire le vicende religiose medioevali, ma una sottile linea che unisce e permette di ripercorrere lo sviluppo delle credenze e dei costumi è tracciata dalla narrazione tramandataci oralmente. Seguendo la traccia di questi racconti, analizzando toponimi e percorrendo antichi sentieri si scopre l'antica religiosità popolare di cui ben poco ci è pervenuto per le vie canoniche. Ed in questo contesto le incisioni divengono uno strumento importante, a volte fondamentale e insostituibile, per "leggere" ciò che i nostri avi hanno voluto comunicare incidendo le rocce.

NOTE
1 La Valle di Scalve confina a sud e est con la Valcamonica, a nord con la Valtellina e verso ovest con la Valseriana superiore.
2 La Via Mala, la strada statale che collega gli abitati di Scalve con il bacino della Vallecamonica è stata aperta nel 1864
3 Nell'estate 2005 sono iniziati a cura della Sovrintendenza i lavori di ricerca e scavo dell'area del "Castel" pertanto l'unica datazione proponibile è rilevabile da una moneta romana ritrovata in zona nel 1998 con l'effige di Costantino (306-337 d.C.)
4 E.Pedrini Notizie cronologiche raccolte sulla Valle di Scalve, ms.1910 inedito, pg. 10
5 Fondo Conti Albertoni n° 129, copia anastatica presso la Comunità Montana di Scalve a Vilminore
6 Eugenio Pedrini o.c. pag. 35. Mazzi 1888 pp. 140-147.
7 Per una dettagliata storia della Valle di Scalve si rimanda ai testi in bibliografia
8 Nel 1964 venne messo in luce un masso alla frazione Dezzo, attualmente scomparso, con incise coppelle e dischi
9 Ritrovamento casuale della Dott.sa Citton Pastorelli di figure geometriche a tecnica lineare a Carbonera di Colere
10 Segnalazione di Morandi dell' Altar a Schilpario
11 Passo del Vivione, industria litica, Magri 1983; Vilmaggiore località "Castel" frammenti di tegoloni romani, Pasinetti 1988
12 Molti manufatti sono riferibili all'archeologia industriale rinascimentele o ottocentesca a cui sono affiancate alcune incisioni,
13 La prospezione di superficie condotta dal dott. Priuli in collaborazione con me, ha inizio con una prima campagna nel 1999 e termina nell'autunno 2001
14 Un primo studio riguardante le calchere della Valle di Scalve è stato pubblicato dallo scrivente nell'estate 2005
15 G.Rosa, Guida topografica,storica,artistica ed industriale al lago d'Iseo ed alle valli Camonica e di Scalve, Brescia 1881
16 La notizia è riportata anche nello scritto del Grassi G.B. "Alcune notizie sulla Val di Scalve" del 1843 in cui lo storico asserisce che il Signore della Valle era Longobardo.
17 La moneta rinvenuta da un villeggiante nell'estate 1998 è stata da me fotografata in occasione di una visita al Museo Etnografico di Schilpario.
18 La forma della pietra è stata ricavata artificialmente, sbozzandola con vari colpi
19 I lavori sono stati effettuati da un cacciatore del posto per edificare un capanno di caccia
20 Nei pressi sono visibili altre zone di escavazione di materiale per edilizia asportato anche in epoche recenti.
21 Biedermann H., Enciclopedia dei Simboli, Garzanti 1999 pg. 377-380.
22 Due esempi di coppelle usate come simbolo confinario sono riportati in Gian Claudio Sgabussi 1996 pg. 55 e pg. 130
23 Attualmente il sentiero attraversa il ruscello in un punto posto più in alto.
24 La baita è stata recentemente ristrutturata dai volontari della locale sezione del C.A.I.
25 Attualmente la pietra non è più nella sua sede originaria
26 Questi recinti, denominati localmente barek sono molto diffusi sui monti dlla Valle di Scalve e testimoniano lo sfruttamento di pascoli poveri e in zone impervie in epoche remote
27 La data precisa dell'edificazione non è conosciuta; sia il Pedrini nel suo studio (o.c pg. 7 ) sia il Bonaldi (o.c. pg. 250-251) lamentano la scarsità di documenti e ipotizzano che già doveva essere esistente prima dell'anno 1000.
28 La chiesa venne abbattuta alla fine del secolo XVII qundo la residenza della Pieve venne trasportata nella nuova costruita nella sede dell'attuale Plebana
29 Bonaldi o.c. pg. 281
30 Don Giacomo Palamini fu arciprete a Vilminore dal 1837 al 1865: a lui si devono la raccolta di numerosi documenti dei suoi predecessori e parecchie note lasciate su dieci Rotoli della Pieve. La sua morte, avvenuta precipitando in un precipizio sulla via di comunicazione che dalla frazione S.Andrea porta a Schilpario, è ricordata da una lapide posta sulla strada stessa.
31 La tradizione locale vuole che questo cunicolo fosse un antico camminamento che collegava il paese di Vilmaggiore con il castello del Conte.
32 Papa Gregorio Magno in Epistola (XI,56) fine VI secolo
33 Il Santuario, ultimato nel 1586, fu meta di pellegrinaggi fino al XVIII secolo. Dal 1726 dopo vari ampliamenti divenne Chiesa parrocchiale. Bonaldi E. o.c. 1982

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