Presentazione della mostra iconografica:
"GIO GIOSEFFO PICCINI, INTALIATORE DI SCALVE"
allestita dalla Biblioteca di Vilminore nel 1997
Sono trascorsi 300 anni dall’epoca nella quale l’ "intaliatore
di Scalve" Gio. Gioseffo Piccini (1661 - 1725) entrava nella maturità
artistica: questo personaggio rimane ancora oggi avvolto in un misterioso
alone di leggenda. Le recenti ricerche hanno inteso rivalutarlo e farlo
conoscere con l’allestimento di una mostra iconografica e storica. Nona
di Scalve, dove l’artista nacque nel 1661, era una delle numerose contrade
che componevano la Comunità di Scalve. Posta alle falde del Monte
Manina, fu per secoli un importante punto di riferimento per la presenza
dei giacimenti di ferro esistenti sull’omonima montagna. La maggior parte
dei 130 abitanti erano addetti all’estrazione del prezioso minerale ed
al suo trasporto presso i forni fusori del fondovalle. Allevamento e pastorizia
completavano il ciclo di un’economia quasi autosufficiente.E’ probabile
che a Nona, come nella stessa valle di Scalve, vi fossero degli esperti
artigiani ai quali venivano commissionati lavori di intaglio per l’arredo
delle case signorili e pare che il piccolo Gioseffo abbia appreso le prime
nozioni di intaglio presso la bottega di un Capitanio di Vilminore.
Seguendo le tracce della biografia di Francesco Maria
Tassi, pubblicata nel 1793, si scopre che il Piccini, a causa del suo temperamento
schivo, si sottrasse testardamente alla notorietà, vivendo e lavorando
nella sua bottega nel paese natale. Un suo grande maestro fu sicuramente
Pietro Ramus, con il quale avrebbe lavorato nella parrocchiale di Tirano.
Gioseffo si dedicò agli studi di anatomia, e perfezionò la
tecnica producendo piccole sculture e bassorilievi. Si incontrò
con altri artisti, come Andrea Fantoni, ed intrattenne rapporti di lavoro
con alcuni nobili collezionisti d’arte, come Luigi Vidman, rappresentante
a Bergamo del Veneto Governo ed il conte Carlo Borromeo.
Un documento di eccezionale importanza è la descrizione
autografa stilata dall’artista nel dicembre del 1724.:
"Nota
d’alcune opere d’intaglio...". Nel manoscritto vengono elencati alcuni
lavori eseguiti per il conte Borromeo e per il nobile Federici di Darfo;
quindi alcuni paliotti ed altari commissionati per le chiese di Cedegolo,
Breno, Borno e Nona. Piccini esegue poi una minuziosa descrizione di tre
oratori o inginocchiatoi, dei quali uno si può tutt’ora ammirare
presso il museo Poldi-Pezzoli di Milano. L’artista illustra infine quello
che probabilmente riteneva essere il suo capolavoro: "un oratorio, che
segue fatto così a fortuna...": un inginocchiatoio, eseguito probabilmente
verso la fine del ‘600, che nel 1885 fu incorporato nel banco dei parati
della chiesa di Telgate.
Con questo lavoro, la Biblioteca Comunale di Vilminore
ha preparato il terreno per la continuazione della ricerca, pur permanendo
l’estrema difficoltà nel reperimento delle fonti documentarie. Negli
ultimi decenni le opere del Piccini sono state oggetto di continui e gravi
furti: basti citare quelli avvenuti a Nona e Pezzolo nel 1991, quando in
un breve arco di tempo furono trafugati oltre 60 pezzi di grande valore.
Riteniamo che non sia ancora troppo tardi: il Comitato
di Gestione della Biblioteca di Vilminore auspica che la mostra sulle opere
del Piccini produca risultati positivi: la strada è tracciata, e
ci si attende il contributo degli studiosi. Ma anche quello degli scalvini
che, per usare le parole di Eugenio Pedrini, "non hanno ancora perduto
l’amore per la propria terra".
Il Comitato di Gestione della Biblioteca di Vilminore
Luglio 1997