SANT'AGOSTINO
Sant'Agostino (Tagaste, Numidia, od. Souk-Ahras, Algeria 354 - Ippona, presso l'od. Bona 430), nato da padre pagano e da madre cristiana, tracciò nelle Confessiones (Confessioni), la più celebre delle sue opere, la sua autobiografia spirituale oltre che la storia della sua vita fino al momento della conversione. Di condizione sociale modesta, romano di lingua e di costumi, coltivò gli studi di retorica a Tagaste, a Madaura e a Cartagine, divenendo quindi professore di questa disciplina a Cartagine, a Roma e a Milano. A diciannove anni, profondamente influenzato dalla lettura dell'Ortensio di Cicerone, si appassionò alla filosofia. Non soddisfatto dalla lettura della Sacra Scrittura, nella quale non trovava la risposta alla sua ansia di ricerca del vero, aderì al manicheismo, allontanandosi ancor più da quella fede cristiana in cui l'aveva premurosamente educato la madre Monica, colpito soprattutto dalla sapienza che i manichei predicavano, appellandosi alla sola ragione senza far ricorso all'autorità della fede. Ma neanche il manicheismo lo convinse radicalmente: divenne scettico, indifferente e sfiduciato circa la pretesa della ragione di conoscere la verità. Arrivato, nel 384, a Milano, ascoltò in più occasioni il vescovo della città, Ambrogio, che lo determinò definitivamente a un nuovo cambiamento di rotta nel suo itinerario spirituale, riavvicinandolo alla fede cattolica, all'autorità della Chiesa, alla lettura della Sacra Scrittura. Di ritorno a Milano, dopo un breve periodo di ritiro a Cassiciacum (forse l'odierna Cassago) in compagnia della madre e del figlio Adeodato che aveva avuto all'età di diciotto anni da una relazione con una concubina, Agostino seguì la catechesi di Ambrogio e da lui ricevette il battesimo nella Pasqua del 387. Deciso a ritornare in Africa, a Ostia, sul punto di lasciare l'Italia, perse la madre Monica. A Tagaste raccolse attorno a sé una comunità religiosa di monaci con lo scopo di approfondire la sua vocazione religiosa e filosofica. Nel 391 fu consacrato prete a Tagaste e nel 395 vescovo di Ippona, sede episcopale tra le più eminenti dell'Africa. L'occuparono intensamente in questi anni lo studio della Scrittura, lo zelo pastorale, l'amicizia con alcuni grandi personaggi del tempo, l'organizzazione di una comunità monastica con i suoi sacerdoti, i numerosi viaggi, la partecipazione ai concili della Chiesa africana. Intanto si moltiplicava la sua produzione letteraria e si approfondiva la sua conoscenza teologica. Polemista infiammato, avversò il manicheismo diffuso nella sua diocesi, lottò contro i donatisti, denunciando apertamente la loro posizione scismatica; entrò pure in conflitto con i pelagiani e soprattutto con Giuliano di Eclano, contro i quali indirizzò numerose lettere e trattati in cui espose alcune tesi capitali del suo pensiero sulla libertà e sulla grazia, sulla redenzione, sul peccato originale, sulla predestinazione. Venne alle prese, infine, anche con l'arianesimo. Dopo aver fatto nominare, dal popolo di Ippona, Eraclio quale suo successore e aver atteso alla revisione delle sue opere, Agostino morì mentre i Vandali da alcuni mesi stringevano d'assedio la sua città. Insieme filosofo, teologo, esegeta, mistico, polemista, pastore, fu uno dei più fecondi scrittori cristiani, che con la sua opera, varia e profonda, ha toccato tutti i domini del dogma cristiano, contribuendo in maniera decisiva alla formulazione del pensiero cristiano. La sua complessa personalità sta al limite tra il mondo greco-romano e il Medioevo. Vissuto in un'età di decadenza, dove la cultura veniva ridotta a pura erudizione e a vuoto estetismo, Agostino, che pure avvertì il fascino dei valori terreni, fu in costante ricerca del Bene Supremo, di quella "città di Dio" che egli concepì come la meta ultima dell'uomo. Da qui tutta la spiritualità agostiniana, sfociante in quella teologia della storia, quale è espressa soprattutto nel "De civitate Dei" (La città di Dio). Di qui pure la sua morale, riassunta nella fondamentale distinzione tra "frui" (godere) e "uti" (utilizzare): incamminato verso una patria di beatitudine, l'uomo deve tendere a Dio con tutte le sue forze senza lasciarsi irretire o sviare dagli allettamenti mondani (Amor flexuosarum viarum); tutto ciò che incontra per strada è solo strumento per arrivare al fine. Per la sua azione pastorale e per la predicazione, indirizzata ad un vasto quanto multiforme pubblico, Agostino si ispirò costantemente alla Sacra Scrittura, studiandosi di non dire mai nulla di suo, convinto che se avesse detto qualcosa di suo avrebbe detto il falso. Tutto assorbito nel suo impegno pastorale, che da vescovo talvolta avvertì come un ministero oneroso "episcopalis sarcina", continuò a sentirsi un semplice monaco. Vivendo in comunità con i suoi sacerdoti, secondo una regola assai severa e con modalità originali rispetto al monachesimo tradizionale, Agostino gettò le basi dell'istituzione medievale dei canonici regolari.