GABRIELLA FERRI PICCALUGA
Architettura e Controriforma, in Il confine del Nord

Il rinnovamento edilizio, segnato dal "nuovo corso" architettonico, lascia segni evidentissimi e uniformemente applicati nella complessa elaborazione delle facciate delle chiese; la semplicità che era caratteristica peculiare nella tradizione delle facciate a capanna, impreziosite solo in alcuni casi da ornatissimi portali, lascia il posto all’imponenza, che da un lato sembra discendere da uno sforzo nobilitante che cerca i segni e le espressioni adeguate nell’imponenza delle misure e nella citazione, che vuole essere acculturata nella riconoscibile derivazione dalla trattatistica architettonica, dei fonemi del lessico classico; dall’altro da un impegno di interpretazione, il più possibile ortodossa e ossequiente, dello spirito borromaico, precisato nelle Istruzioni (1), che voleva sottolineare, con la visibile ed emergente presenza della chiesa parrocchiale nel tessuto urbano, la proposta gerarchica della struttura comunitaria che vedeva al suo vertice l’autorità ecclesiastica.
Di tono monumentale, quasi sproporzionato alle dimensioni della chiesa, la facciata della parrocchiale di Bienno, che supera di molto l’altezza della chiesa con effetto di grandiosità e di elegante imponenza. La soluzione offerta dal Bagnadore ripropone uno schema consueto nella sua produzione architettonica: la facciata è suddivisa in tre campi da quattro sottili ma altissime lesene appoggiate a uno zoccolo basso (proprio come nella chiesa bresciana di S. Maria del Lino e nella chiesa di Davena), ribadite nella loro verticalità dai pinnacoli corrispondenti. La parte terminale culmina in un timpano triangolare, che nel sottile gioco plastico e coloristico dei calcolati aggetti e della decorazione a fitti dentelli, esalta la purezza della colta citazione classica della finestra.
La proposta del Bagnadore verrà ripresa in alta Valle, ad esempio nella facciata della parrocchiale di Stadolina in forme più semplificate e dimesse e tuttavia eleganti nella purezza delle proporzioni.
Di valore certamente più paesistico che architettonico, in relazione alla posizione eminente della chiesa sul borgo circostante, appare la facciata della parrocchiale di Edolo: la suddivisione della parte bassa in tre zone, che non corrispondono peraltro alla composizione dello spazio interno, la scansione orizzontale ottenuta con l’aggetto della vistosa trabeazione che esalta la qualificante citazione della finestra serliana e l’elemento particolarmente aggiornato del raccordo a volute nella parte alta, sono gli elementi della sua qualificazione visiva oltre che culturale. Le lesene della zona inferiore (che pare siano state rifatte in tempi recenti) raccordano e collegano le aggiornate citazioni stilistiche delle porte secondarie a riquadratura elegante e asciutta, che il portate quattrocentesco, preziosamente incastonato al centro, sottolinea ed esalta.
In evidente contrasto con la semplicità dello spazio interno, appare la grandiosa facciata della parrocchiale di Cedegolo, alla quale pensiamo si possa riferire la data 1653-57, iscritta ad indicare la cronologia della costruzione della chiesa in una targa recentemente infissa a fianco del portale al quale ben si adatta la stessa datazione. L’ordine gigante dei pilastri scanalati e intervallati da fasce orizzontali scandisce la facciata suddivisa orizzontalmente da un marcapiano liscio come ampliamento del motivo decorativo dei pilastri. L’ordine architettonico termina con capitelli compositi di lontana discendenza palladiana, parte ormai del repertorio decorativo delle maestranze locali. Una applicazione molto più tempestiva del pilastro scanalato (e in questo caso rudentato nella parte bassa), e terminante con capitello dorico, aveva fatto la sua comparsa nel primo decennio della seconda metà del secolo XVI nella città di Brescia, nel perduto portale di palazzo Lechi, già Bargnani (2). Il gioco coloristico nella facciata di Cedegolo, affidato all’uso di materiali differenziati e al calcolato rapporto plastico, si conclude con la prorompente plasticità del frontone triangolare che ricava il massimo di evidenza e di prestigio dalle corpose mensolette e dal gioco dei mutuli serrati.
Insieme con il linguaggio che, come si è visto, diventa via via sempre più omogeneo, persino nelle inflessioni di maniera, ai principi dell’architettura classica, dopo la visita apostolica di Carlo Borromeo penetrano nella valle, ma attraverso una strada assolutamente mediata, i valori ideologici che quel linguaggio aveva di fatto il compito di veicolare: il razionalismo che, nel programma edilizio caldeggiato dallo stesso Borromeo in Milano, appare come connessione tra stile architettonico e religioso, qui in valle, indirizzando la trasformazione della tradizione spaziale locale, si riduce a funzionalismo liturgico, fino a diventare forma, semanticamente significante, dell’ossequio completo e totale alla nuova normativa.
La cultura figurativa locale ed autoctona continuerà ad esprimersi nelle forme della tradizione, più nella scultura (si vedano al proposito i portali della parrocchiale di Bienno e di Cedegolo) e in particolare nella scultura lignea dei numerosissimi arredi liturgici e devozionali, che (così almeno mi pare da una prima e certo ancora imprecisa indagine) nella pittura.
A dispetto dell’apparente classicità delle citazioni morfologiche, la rivincita della cultura locale avverrà per via del "capriccio", come rifiuto profondo del razionalismo e contemporaneamente come continuità e perfezionamento dei modi tradizionali della rappresentazione (3). Ma sarà anche troppo facile disconoscere la validità anche ideologica di queste trasgressioni, riducendole, come sempre, nello stereotipo critico dell’attardamento culturale della provincia.

NOTE:

1) Instructionum fabricae…, cit., cap. 1 "De situ ecclesiae".<
2) F. LECHI, Dimore bresciane… cit., vol. III, p. 356. <
3) Sul concetto di razionalismo e funzionalità nel programma edilizio del Borromeo si veda E.    BATTISTI, cit., pp. 314 ss. <

(Gabriella Ferri Piccaluga, Il confine del Nord, Boario Terme 1989, pp. 124-126)
Bibl.:L. Pagnoni 1974, II p. 1016;id. 1979, p. 413; U. Ruggeri 1979, pp. 206 fig.292.

Torna a:
Biblioteca

www.scalve.it