BOSSAGLIA ROSSANA
Temi e caratteri del Settecento lombardo, in Settecento
lombardo
L'etichetta di "Settecento" applicata all’arte e al costume
appare più come una definizione stilistica che non cronologica;
il pensiero corre fatalmente a una situazione di gusto che, con qualche
approssimazione, possiamo definire rococò. Almeno nelle consuetudini
correnti, l'appellativo di settecentesco è associato all'idea del
grazioso, quando non del civettuolo e del petulante: tutti modi propri
di quello che a partire dall'Ottocento si sarebbe chiamato il rococò
(i contemporanei parlavano di rocaille), stile che tradusse in forma
il principio della identificabilità del bello con il piacevole,
e intese appunto la funzione dell’arte come quella di esprimere pensieri
o dettare norme di vita attraverso la gradevolezza dell’immagine. Su questa
linea si assestò non soltanto l'estetica dell'Arcadia, ispirata
al criterio del "buon gusto", ma quella delle correnti sensiste, che con
maggior rigore teorico collegavano l’emozione prodotta dall'arte a una
gratificante soddisfazione fisico-psicologica. Sicché il rococò
è anche e specificamente lo stile del primo Illuminismo, in ogni
caso del dispotismo illuminato; sino a quando l'età delle riforme
non andrà a sfociare in una nuova situazione di pensiero, e di fatto,
della quale il neoclassicismo, fondato su un'ideologia artistica per così
dire estetico-morale, sarà adeguato interprete. Ma nonostante sia
legittimo, e utile quando si voglia procedere per schemi semplici, contrapporre
la fluida vaporosa mobilità del rococò, fondata sull'asimmetria
del ductus formale, alla spaziata e assestata eleganza del neoclassico,
va sottolineato che l'uno stile trascorre nell'altro senza soluzione di
continuità: dimostrando come una comune intenzione razionalista,
nel senso di antibarocca, presieda ai due momenti. Questo, s'intende, a
livello alto, cioè nelle mani degli artisti più evoluti;
mentre nelle sacche di pigra resistenza inventiva, o presso gli epigoni,
il rococò diventa, nell'ultimo quarto del secolo, uno svenevole
e lezioso gusto decorativo, responsabile delle sciocche definizioni che
a posteriori bolleranno di futilità anche tutto l'arco della sua
vitale fioritura.
Proponendo, dunque, l'arte lombarda del XVIII secolo,
ci si intende qui riferire alla produzione che si ebbe nel periodo del
Settecento austriaco; dunque grosso modo dal 1714 al 1796. Ma con molte
precisazioni e distinguo. Infatti, la prima metà del secolo vede
un susseguirsi così intenso e complicato di eventi bellici e politici,
e relativi spostamenti di confine - a cominciare, per quel che riguarda
il nostro assunto, dall'ingresso in Milano, nel 1706, di Eugenio di Savoia
con l'esercito austriaco - che soltanto con il ritorno della regione agli
Asburgo, nel 1746, possiamo dire inizi davvero la vicenda della Lombardia
austriaca: coincidendo dunque ormai con quell'età teresiana che,
persino in modo convenzionalmente manierato, si usa indicare come periodo
ordinato e felice. Però, giustappunto, lo stile caratteristico dell'età
teresiana è un'ultima fase del rococò, sia in Austria, sia
in Lombardia; e qui, per usare una definizione più circoscritta
e differenziata, usiamo parlare di "barocchetto", dunque, a questo punto
di "barocchetto teresiano": corrispondente, ma non del tutto, allo stile
Luigi XVI (che in maniera più marcata fa da ponte verso il neoclassico).
Mentre il momento alto dell'evoluzione dello stile, coincidendo pressappoco
con quello che in Francia è il Luigi XV, si registra sulla metà
del secolo: e addirittura la Lombardia, come alcune regioni austriache
e tedesche, sfodera assai presto stilemi di tipo barocchetto nella decorazione,
specie nelle quadrature e nello stucco.
Su questa realtà si imposta la questione delle
influenze, cioè verso quali aree culturali vada il debito della
Lombardia per quanto concerne l'introduzione ed elaborazione del nuovo
stile: tenuto per fermo che la lunga tradizione degli stuccatori lombardi
ha sempre consentito loro di inventare soluzioni decorative, dunque di
proporre temi anziché desumerne; e scartato, per converso, di considerare
le origini remote della rocaille, che certo nasce da grottesche
manieristiche di origine italiana, ma per questa strada non si fa un discorso
storico, bensì evoluzionistico. La questione è ancora quella,
in ogni caso, di indicare il punto e il momento in cui il rococò
si pone in maniera vistosa e sistematica come gusto diverso, quando non
antitetico, al barocco; e di indicare dove questa situazione si verifichi
con sufficiente ampiezza e riconoscibilità perché non paia
un evento occasionale, in un universo ricco di scambi e reciproci condizionamenti
quale è l'Europa settecentesca.
In Italia, e proprio in area lombarda, o quasi sempre
per mano di decoratori di origine lombarda, tra la fine del Seicento e
l'inizio del nuovo secolo si incominciano a registrare intagli e ornati
a stucco di linea vagamente fitomorfa e asimmetrica, nei quali riconosciamo
le caratteristiche dello stile rocaille, o più latamente
barocchetto (lo stesso Algarotti, teorizzando sulla pittura nel 1746, indicherà
l'asimmetria come tratto distintivo del gusto allora di moda). Ma lo stile
come grande fenomeno va indicato là dove la sua esplicazione sia
in qualche misura sistematica: dunque, per schematizzare il frutto di ricerche
e confronti condotti già da vari decenni, possiamo dire che la codificazione
dello stile rocaille avviene con la pubblicazione dei disegni e
stampe di Meissonnier nel 1734; d'altro canto, fisionomia rococò
avevano a quella data già molte architetture, con i loro apparati
decorativi, in area austro-tedesca e genericamente mitteleuropea; paesi
in cui, a differenza che nella Francia, il rococò era stile applicato
anche e largamente all’architettura religiosa e a tutto il contesto artistico.
Dunque, per tornare ai rapporti con la cultura nostrana, e lombarda nella
fattispecie, e vero che essa, soprattutto nel primo Settecento e nel campo
dell’abbigliamento, dimostra un'attenzione affascinata verso la Francia,
per la permanente suggestione della corte di Versailles (anche se l’aristocrazia
lombarda non sarà mai francesizzante come quella napoletana o quella
veneziana); è vero che nella pittura, specie profana e decorativa,
forte è la suggestione di celebri maestri francesi come Boucher,
di cui erano largamente diffuse le stampe (e lo testimoniano proprio alcuni
dei pittori presenti in mostra). Ma l'architettura (e anche questo la mostra
testimonia specificamente) è piuttosto collegata, e talora in maniera
assai stretta, a quella austriaca e poi anche bavarese e renana. Sinché
un pittore lombardo di sicuro talento e mestiere come l'intelvese Carlo
Carloni, esponente di una famiglia d'artisti tra le più attive da
generazioni nella diaspora peninsulare e oltremontana, finirà con
il rappresentare nella maniera più emblematica il gusto rococò
delle corti illuminate.
Il discorso sulla Lombardia comporta dunque di continuo
una riflessione su tutti questi percorsi e scambi: a occidente con il Piemonte
di Juvarra, a sud-ovest con la straordinaria scuola genovese, a oriente
con i veneziani in escalation rampante, a sud con la consolidata
scuola emiliana, bolognese in particolare.
Ma, intanto quale Lombardia? Le nove province dell'attuale
configurazione amministrativa non corrispondono, come ognuno sa, a un'omogeneità
amministrativa nel XVIII secolo: se Mantova, suo malgrado, cade sotto il
dominio austriaco del 1706, perdendo l'autonomia granducale d'altissima
tradizione, Novara per converso passa definitivamente ai Savoia solo nel
1738 (né le si possono negare in ambito artistico legami stretti
con il Ducato di Milano); Bergamo e Brescia rimangono legate alla Repubblica
di San Marco sino al 1797; per non dire della Valtellina, sottoposta ai
Grigioni anch'essa fino all'arrivo di Napoleone.
La mostra, dunque, per deliberata scelta dei curatori,
evita di circoscrivere il suo ambito a zone di presunta maggiore o minore
"lombardità"; e considera la produzione artistica settecentesca
secondo l’estensione attuale della regione; lasciando alle singole voci
e ai singoli saggi il compito di caratterizzazioni più sottili.
Né pretende di offrire un panorama dalla fisionomia unitaria e rigorosamente
coerente, anche se, a ragion veduta, si registrano varie affinità
tra gli artisti del territorio lombardo, almeno in quanto tratti distintivi
rispetto alle scuole circostanti; con le quali, come si diceva, i lombardi
ebbero scambi vivaci.
Si può intanto dire, per sottolineare alcune specificità
locali, che, a differenza di quanto avviene nelle regioni limitrofe - peraltro,
di minore estensione territoriale - non esiste una scuola "centrale" caratterizzante;
cioè, non esiste una scuola milanese come esiste una scuola veneziana,
o una scuola bolognese, o genovese, o - usando la definizione con qualche
cautela - una scuola torinese. Milano, però, resta il centro propulsore
dell'attività artistica della Lombardia: qui si ottengono le più
importanti commissioni, qui si organizzano operosi cantieri di frescanti;
qui il Teatro Ducale richiama maestri scenografi di varia estrazione e
la Fabbrica del Duomo scultori di varia provenienza. Si presti attenzione
a quanti artisti di origine familiare non milanese e, in qualche caso,
trasferitisi poi a operare in luoghi diversi, risultino essere nati, specie
se a loro volta figli di artisti, a Milano; e, quel che più conta,
a Milano risiedano per periodi più o meno lunghi, concentrandosi
in determinati quartieri.
Fanno di rado il loro apprendistato in patria; i poli
che li attraggono sono soprattutto Bologna e Venezia; qualcuno si spinge
sino a Roma, perpetuando una devozione accademica che già si era
avviata nel secondo Seicento: e soprattutto gli scultori, all'inizio del
secolo, attratti dal prestigio delle botteghe fondate a Roma nel secolo
precedente da loro conterranei. Né mancano, in alcuni casi, fecondi
rapporti con la scuola napoletana (a prescindere dal debito sostanziale
e inconfutabile che tutta la nuova pittura settecentesca ha nei riguardi
di Luca Giordano). Ma, a questo punto, non si tratta più solamente
di periodi di apprendistato, bensì di scambi, fertili e intensi,
con gli ambienti circostanti, attraverso una sequenza e un intreccio di
mediazioni che consente, per esempio, a un Petrini - ticinese di nascita
ma compreso qui direttamente tra i lombardi per la sostanziale omogeneità
delle due culture; anzi, lombardo tra i più tipici, nel senso dei
legami con la tradizione locale - di assimilare attraverso il proprio maestro
connotazioni genovesi (per esser poi, sul mercato, spesso confuso con il
veneziano Piazzetta: ma questo sarebbe ancora un altro capitolo del discorso);
e a un Bazzani, isolato nella sua Mantova politicamente decaduta, di rappresentare
- anche mercé la suggestione delle opere rubensiane rimaste in patria
- una sorta di straordinario anello di congiunzione tra la cultura genovese
e i pittori austriaci attivi sulla metà del secolo. E così
via.
Per tracciare una storia globale dello sviluppo dell'arte
nel Settecento lombardo si può partire dalla svolta che, verso la
fine del secolo precedente, il gusto compie - e il gusto riflette la mentalità
– operando un definitivo distacco della cultura borromaica. Già
nel secolo Seicento un diffuso marattismo nella pittura (si pensi
a Ercole Procaccini il Giovane, a Stefano Montalto) tendeva a schiarire
la pennellata, a renderla più ariosa, mentre le tipologie si facevano
più tenere e cattivanti e gli stessi temi allegorici aprivano decisamente
verso suggestioni profane. Si può anche sottolineare come a Milano,
dove nel 1690 si fonda l'Arcadia in Palazzo Trivulzio, la presenza del
Muratori e il formarsi di una classe intellettuale a lui vicina, o comunque
non conformista, delinea un progressivo affrancamento del pensiero da vincoli
dottrinari e il relativo stabilirsi di una committenza interessata alla
traduzione in figure di un'etica laica. Ma sarebbe semplicismo grossolano
immaginare un compatto e generale cambiamento delle consuetudini iconografiche
ed espressive: si conoscono, tra l'altro, specifiche resistenze e polemiche
contro il diffondersi di temi profani, e si conosce l'attività vivace
e vitalissima anche in tema di committenza artistica, delle confraternite
religiose. Sarebbe errato del resto prendere a modello situazioni di punta,
come quelle che potevano verificarsi a Milano, per fornire un quadro della
cultura artistica nell'intera Lombardia. Oltre tutto, mentre per la seconda
metà del secolo - l'età delle riforme - abbondano informazioni,
notizie, documenti, ed è possibile fare riferimento a un'interessante
pubblicistica anche spicciola, per la prima metà le notizie sono
molto meno numerose, disperse e dispersive, non sempre illuminanti. È
per esempio tuttora poco chiaro il ruolo svolto nel Settecento dall'Accademia
Ambrosiana, che, fondata nel Seicento, rimarrà ancora a lungo formalmente
attiva, ma non si sa con quale influenza sulla situazione; ed è
in ogni caso non sempre definibile il modo di operare e il sostanziale
taglio ideologico delle molte Accademie che via via fiorivano nelle singole
città; assai spesso, a quel che pare, di connotazione più
erudita che filosofica, o, come quella di San Luca, fondata nel 1696, probabilmente
di tendenza conservatrice.
Un positivo ausilio alla comprensione storica delle nuove
tendenze può venire da una capillare indagine iconografica, specie
per i grandi cicli di affreschi. È ovvio che l'iconografia religiosa
non subisce alterazioni; ma sì piccole modifiche e soprattutto speciali
inclinazioni tematiche, prediligendosi quelle mariane, come la raffigurazione
dei "Misteri del Rosario", o soggetti di cattivante connotazione sentimentale
come il Sogno di Giuseppe, che corrisponde poi a tutto un filone
tematico della pittura storico-mitologico-cavalleresca (il sonno di Endimione,
il sonno di Armida e così via); là dove il Seicento preferiva
il tema dell'estasi. Molte novità invece per quanto riguarda le
decorazioni nei palazzi e nelle ville suburbane, che risultano per lo più
compiute in un breve giro d’anni nella foga autocelebrativa delle famiglie
illustri e rispecchiano certo in molti casi speciali indicazioni dei committenti.
È vero che i pittori a loro volta si specializzano in temi fissi
(il Borroni ripete in varie sedi raffigurazioni del mito di Diana; il Bortoloni
- ''veneziano" che largamente opera in Lombardia - ama particolarmente
i soggetti di storia antica, e via dicendo); ma è chiaro che i committenti
hanno le loro idee, e probabilmente ne discutono con gli artisti invitati.
Così è difficile che manchi in un palazzo illustre un affresco
con l'apoteosi del capostipite della casata, o comunque di uno dei suoi
esponenti più significativi. Nel caso di cicli compiuti in sequenza
stretta, specie se a opera di un solo artista (beninteso, con il suo cospicuo
cantiere) vengono anche elaborate tematiche allegoriche unitarie, spesso
di difficile decifrazione per l’evidente capziosa ricerca che sta alle
loro spalle: nel milanese Palazzo Dugnani è possibile forse leggere
l’insieme degli episodi mitologici trattati dal Cucchi come variazione
del tema "Omnia vincit amor"; in Palazzo Mezzabarba a Pavia temi mitologici
e biblici si affiancano senza un'apparente coerenza.
Umori nuovi è importante riconoscere anche nei
"pittori della realtà" (secondo la felice definizione che è
ormai divenuta una sigla distintiva), concentrati nell'area bergamasca
e bresciana, sino alle punte montane di Cerveno: una teatralità
più sapida, narrativa piuttosto che suggestiva, si accompagna a
una lettura insieme affettuosa e disincantata delle fisionomie e delle
personalità; con punte ironiche o tenere, che connotano a un tempo
un minor riguardo per i simboli del potere - rispettato ma non idoleggiato
e una maggiore simpatia per la vita degli umili -; sicché la pittura
di genere appare meno spietata di quella secentesca. Certo è che
la vena affabile e dolente del Ceruti, per esempio, e persino le più
capziose - e insieme giocose - bambocciate del Bocchi e poi dell’Albricci,
che finiscono con il toccare il moralismo razionalista; o la popolazione
rustica e drammatica del Simoni niente hanno a che spartire, sul piano
ideologico, con le macchiette del Magnasco - genovese adottato dalla cultura
milanese -, poco interessato alle singole psicologie e più ad allucinate
registrazioni, insieme descrittive e allegoriche, di alcune tipiche comunità
del suo tempo. Magnasco appunto interpreta la mentalità di ambienti
spregiudicati in una Milano, prima ancora che riformista, esponente per
dirla con una formula venuta in uso molto dopo, del libero pensiero.
In ogni caso, sia che fossero spinti da una coscienza
polemica o suggestionati da una cultura che evitava i violenti contrasti
espressivi, e se puntava su effetti illusionistici non aveva l'intenzione
di soggiogare lo spettatore ma di coinvolgerlo nel gioco, gli artisti del
Settecento lombardo, chi più chi meno, orientano il loro discorso
in senso rococò. Lo stile è individuabile, quando lo si voglia
codificare, nella scelta di motivi soprattutto vegetali dati in formulazioni
asimmetriche, con il ricorrere a volta a volta, in una periodizzazione
interna, a temi speciali, come quello della grata, prediletto dopo il 1720,
della voluta a cavatappi o comunque con andamento iperbolico; e con il
privilegio conferito ai rivestimenti dorati fin verso il 1750, cui fa seguito
subito dopo il prevalere di stesure bianche, sia nello stucco sia negli
intonaci (il barocchetto teresiano).
Lo stile è dunque, in senso proprio, specifico
della decorazione e il secolo è ricchissimo di specialismi decorativi
e di parallela produzione, dall'ebanisteria alla ceramica, alle attività
degli orafi e degli argentieri, a quelle applicate all'architettura e così
via. Ma un’aura rococò possiamo genericamente riconoscere, come
si diceva, alla pittura, che si fa più leggiadra e fluida - e in
apertura di secolo ecco il grande Stefano Maria Legnani, detto il Legnanino,
e Andrea Lanzani a compiere questo passo che avrà poi seguito straordinario
(e il Legnanino, operando precocemente in Piemonte, suggerirà non
pochi modi nuovi a quell'ambiente artistico); alla scultura - ecco Carlo
Mellone, nel fecondo cantiere del Duomo di Milano in piena ripresa, a dare
il via a un fare animato e aggraziato che porta ormai molto avanti le invenzioni
secentesche dei "romani", da Ferrata a Raggi, imprimendo loro una virata
nel senso di un ritmo nuovo. Ecco l'architettura svincolarsi dalla severità
atticciata che la contraddistingueva nella Lombardia del Seicento, per
giungere ad approdi tipicamente rococò dopo il 1730; che vogliono
poi dire maggiore scioltezza nel gusto ma anche nella luminosa, agile e
differenziata sequenza degli ambienti: e si badi al pavese Palazzo Mezzabarba
e al milanese Palazzo Sormani, cioè ad architetti quali il Veneroni
e il Croce, per cogliere in quali modi distinti ma non antitetici lo stile
raggiunga la sua massima specificità.
Vi sono certamente artisti che amano ancora nella pittura
di cavalletto tavolozze di tipo luministico: si pensi al Petrini, a buon
diritto interpretabile nel solco della tradizione serodiniana, dunque genericamente
caravaggesca: a Fra Galgario. affascinante nell’uso di bruni caldi in contrappunto
con il grasso biancore delle sete o il rosso affocato delle stoffe pesanti.
Ma il nuovo stile anche nel loro caso è ben leggibile nella speditezza
della pennellata, nella trasparenza degli effetti cromatici, e in certi
tagli audaci, eccentrici: dunque nel ritmo. Così il Bazzani, che
trasferisce l'eredità secentesca non solo in una gamma di colori
appena più chiara, ma soprattutto in pennellate staffilanti, con
barbagli improvvisi di gesti e di sguardi, e il dramma si fa parvenza,
emozione subitanea e transeunte; non perde di tensione, ma è come
se fosse teatralmente mimato.
In che modo, infine, questo rococò - o barocchetto
- è barocchetto lombardo? Intanto, per leggera che sia la tavolozza,
non si arriva mai all'aereo sfilacciarsi e illuminarsi del colore tipico
di Venezia: basterà il confronto con i veneziani qui attivi, non
solo il Tiepolo, la cui grandezza rende improprio ogni paragone, ma gli
altri numerosi che hanno in mano le principali commissioni tra Bergamo
e Brescia e operano o inviano quadri in tutte le sedi più importanti
delle regione. Permane nei lombardi una più risentita e costruita
sostanza disegnativa persino nel Bazzani, persino nel voluttuoso Magatti:
dove, caso mai, è più forte la suggestione dei veneti dell'entroterra,
a partire da Sebastiano Ricci. La tavolozza in genere è più
fredda e lattea: non nel Bazzani, s'intende, che ha una gamma cromatica
percorsa anche di azzurri veneti, tuttavia bruciati al fuoco rubensiano;
non in Fra Galgario molto legato a Venezia; ma sì nel Petrini, per
tornare a uno dei pittori più singolari dell’intero panorama, e
soprattutto nei frescanti, dal Legnanino al Lanzani, al Borroni, al Sassi
– citando tra i più operosi -. Sicché, collocandosi tutti
questi artisti in un'area che dalla Lombardia occidentale arriva sino a
Cremona, possiamo dire che essi rappresentano una continuità con
il modo di colorire della tradizione lombarda secentesca. S'intende, presentandosi
con connotati più vaporosi: persino nel Borroni, anche se nella
sua pittura si legge il devoto rispetto alla tradizione disegnativa bolognese.
Aggraziata vaporosità ha la condotta pittorica del Bocchi, specie
nelle opere dentro il secolo, dunque in atmosfera barocchetta; e levità
spiritosa l'Albricci. Nel cuore del secolo, maestri come il ticinese Giuseppe
Antonio Orelli giungono a esprimersi con un andamento e un tocco civettuolo,
ai limiti del lezioso, che è appunto l'aspetto mondano del rococò,
quale in Francia è lo stile Pompadour; e che nel discorrere corrente
per l'Italia è identificato con l'arguzia della pittura veneziana.
Giudizio corretto ma riduttivo, essendo che non esiste un solo modo di
far rococò e quello più diffuso e omogeneo non si identifica
con lo specifico stile della scuola lagunare. Basterà confrontare,
per cogliere le differenze all'interno di una generica analogia, nella
chiesa bergamasca di San Bartolomeo l'affresco di Mattia Bortoloni, pittore
di scuola veneziana, o la pala del Pittoni, con le numerose opere ivi lasciate
dall'Orelli, per capire le vistose disparità di tavolozza e di ductus
disegnativo, che nell'Orelli appunto è più continuo e compatto.
Così, peculiarità proprie ha il patetismo del Magatti, la
cui pennellata lunga e dolce - e si è detto dei toni lunari della
tavolozza - è animata da una sensitività segreta ai limiti
del languore. Sicché, ritornato Carlo Carloni in patria dopo fortunati
e fecondi soggiorni presso le corti dell'Europa centrale, egli sembra sintetizzare
in una pittura leggera ma non sfaldata, spiritosa ma non vezzosa, costruita
secondo tagli dinamici e tipiche triangolature ma stesure salde, e intonata
tutta su un timbro rosato, talora persino caramelloso, che è la
sua più evidente cifra stilistica, sembra sintetizzare, si diceva,
e fondere le specificità lombarde e il gusto internazionale del
rococò come linguaggio artistico delle corti illuminate.
Quanto alla scultura, i legami con il mondo mitteleuropeo
vi appaiono ancor più evidenti, specie per quanto concerne il cantiere
del Duomo di Milano. Le matrici lombardo-romane non tolgono una forte caratterizzazione
oltrealpina, nel modo con cui l'accademismo, in tutto il suo significato
di contenutezza e regola formale, viene accantonato e il barocco alla Raggi
perde ogni tornitura sonora per trasformarsi in uno sfrecciante muoversi
di panneggi insieme setosi e cartacei, dentro i quali la carnalità
dei corpi è risucchiata e trasfigurata: una sorta di spiritualizzazione
dell'edonismo (o, se si vuole, di resa edonistica della spiritualità).
Così il Beretta, soprattutto, gran corifeo del rococò nel
cantiere del Duomo; così Elia Vincenzo Buzzi.
Gli scultori delle scuole lombardo-orientali - la feconda
straordinaria bottega dei Fantoni nella Bergamasca; i raffinati e possenti
Calegari, maestri bresciani fra i più significativi e sinora meno
studiati nel contesto del nostro Settecento – hanno caratteri più
tradizionali, nel senso che appaiono meno connessi con la plastica austro-boema
e bavarese e più con la nobile tradizione dell'Italia del Nord,
dall'Emilia al Veneto. I Fantoni, esperti soprattutto dell'intaglio ligneo,
assumono tratti barocchetti con una qualche cautela e sempre con nobile
moderazione; i Calegari appaiono specialmente suggestivi per l'elegante
calore del gesto imprigionato nel biancore della pietra marmorea.
Lo splendore bianco contraddistingue, va detto, tutta
la fisionomia di Brescia e del Bresciano, spostandone la caratterizzazione
verso il Veneto e raccogliendo in omogeneità di gusto l'intera area
gardesana. Così l'architettura bresciana, anche negli apparati decorativi,
appare subito disposta a scivolare verso il neoclassicismo (o a riprendere
formule classicheggianti); gli stucchi bianchi, come si era osservato,
qualificano di solito la situazione intermedia tra barocchetto e neoclassico
e in ogni caso appaiono, ovviamente, più severi dei luccicanti stucchi
dorati o di quelli a vari colori (in Lombardia assai poco diffusi). Si
guardi, sulla sponda bresciana del Garda, al salone centrale della Villa
Bettoni di Bogliaco, decorata per la parte pittorica dai celebri fratelli
Galliari, biellesi naturalizzati lombardi: lo spirito rococò, che
in questo caso è davvero umore, grazia ironica, raffinato gioco,
è stemperato in tempi lunghi, pausato, come rattenuto da modulazioni
architettoniche classiche. Non siamo soltanto nel Bresciano; siamo anche
nel 1761: cioè, in una fase avanzata del barocchetto.
La profusione e qualità degli stucchi è,
lo si diceva, uno dei connotati più forti del Settecento lombardo.
Eredi di una tradizione secolare, i maestri decoratori, specie della zona
dei laghi, e del lago di Como in maniera elettiva, erano divenuti depositari
per antonomasia di una formula che non comportava l'impiego di materiali
complessi e costosi, ma richiedeva un'alta manualità. Intelligenti,
ricettivi, inventivi, impeccabili artigiani, essi percorrono la loro regione,
e molte altre regioni italiane, e l'Europa sino alla Russia, capaci di
trasformare rapidamente un ambiente inespressivo in un luogo fantasioso.
Nel Comasco si produce anche, a stucco, una bella scultura monumentale.
Il personaggio più importante entro questa attività è
Diego Carloni di Scaria, fratello di Carlo Innocenzo, anch'egli richiesto
e apprezzato in molte corti europee.
Il Settecento, per l'estendersi e l'infittirsi della
produzione decorativa, religiosa ma soprattutto profana, sia nei palazzi
cittadini sia nelle ville suburbane - in Lombardia è nota l'esplosione
architettonica della Brianza - è il secolo degli specialismi; cioè
della suddivisione ordinata delle singole professionalità. Più
che mai le grandi botteghe si organizzano in attività separate e
complementari, sicché il figurista - che di solito è il titolare
della bottega - è affiancato da quadraturisti, fioristi e così
via. Di questo pullulare di specialità, che si associano soprattutto
nell'affresco, la mostra non può dare in vari casi che testimonianze
indirette; ma è giusto, in un panorama generale, ricordare il fondamentale
ruolo sostenuto dai maestri di quadratura proprio nella precoce evoluzione
dal più architettonico stile della scuola bolognese alla definizione
del nostro barocchetto: in una concatenazione di artisti di scuole diverse,
dove spicca dapprima il Castellino, sino allo stupendo quintetto rococò:
Biella, Agrati, Coduri, Palazzi Riva e, maggiore di tutti, Fabrizio Galliari.
Sarà appena il caso di ricordare, infine, che
ovviamente anche gli altri generi della pittura - la natura morta, il paesaggio,
e così via - hanno dei tratti peculiari i quali si riconnettono
con quelli identificati nelle attività artistiche cosiddette maggiori.
Che l'ebanisteria ha un suo aspetto cattivante ma sostanzioso, ben distinto
da quello, per altro meritatamente celebre, della scuola veneziana. Che
nella produzione ceramica, le fabbriche di Lodi assumono una loro affascinante
autonomia, all'interno della quale si distinguono filoni e botteghe di
precisa originalità: con un fare elegante ma pervaso di naturalezza
dove si mantiene il fresco sapore di un vitale artigianato.
Quando si avvia, nella seconda metà del secolo,
l'età delle riforme, la Lombardia ha già in gran parte maturato,
intenzionalmente o spontaneamente, una formula artistica disinvolta nelle
iconografie e nell'esposizione, frutto ben spesso di feconde intese con
i committenti; la quale si articola in una serie di filoni diversificati
nelle intenzioni ideologiche e programmatiche, ma apparentati nella modulazione
dello stile; e assai spesso ispirati a nuove curiosità culturali
e a quella apertura universalistica che, mentre getta lo sguardo verso
i piaceri delle chinoiseries (si pensi a certi piccoli ambienti
o boudoirs, come in Palazzo Litta a Milano), si consente anche rievocazioni
ambientali del gotico (il Bortoloni con il Palazzi Riva al Castello di
Brignano come nel Duomo di Monza). L'immagine è meno compatta di
quella della Lombardia secentesca: in compenso più ricca e vivace.
Ed è straordinario infine come questa vivacità si sviluppi
già nella travagliata prima metà del secolo.
Ma proprio il definirsi consapevole delle istanze illuministe,
il diffuso culto della chiara razionalità incominceranno a tarpare
le ali all'edonistica scioltezza del rococò: stile in cui pure si
traduceva un connubio armonioso tra sensi e intelletto. Decade il quadraturismo,
in quanto illusione di architetture inesistenti, in favore di formule meno
suggestive e ingannevoli: come se la figurazione non fosse tutta illusiva
e non ci chiamasse ogni volta a un gioco, sia pure di alti significati.
La strada maestra che si apre agli artisti colti è quella neoclassica:
e non staremo a lamentarcene per quanto attiene alla Lombardia, sede privilegiata
di un neoclassicismo squisito e armonioso. Ma gli
artisti meno inventivi, ed emarginati dai luoghi di più intensa
attività programmatica, intendono la fine del barocchetto come ripresa
di un accademismo neosecentesco - tra la scuola bolognese e quella romana
- che è privo delle forti motivazioni storiche nelle quali il neoclassico
si legittima. Quest'ultimo è a un tempo antitesi e continuazione
del rococò, in ogni caso è antitesi, ragionata e voluta,
proiettata verso il futuro.
La mostra dunque, seguendo il percorso, che è
insieme cronologico e tematico, del barocchetto, non si ferma sempre e
dappertutto alla stessa data; perché si ferma alle soglie del neoclassico,
che matura, secondo i luoghi, in tempi diversi. Si ricorderanno del rococò,
cent'anni dopo, gli aristocratici lombardi che riprenderanno a decorare
le loro dimore cittadine e campestri assumendo la moda revivalista desunta
dallo stile Napoléon III: specie quelli gravitanti intorno alla
corte di Monza. Ma sarà revival, appunto, riflessione sul
passato, storicismo. L'Ottocento cercherà la sua identità
nel tempo; il Settecento - e il rococò- la cercavano nel libero
spazio.
(Rossana Bossaglia, Settecento lombardo, Milano, Electa 1991, pp. 13-20)
TERRAROLI VALERIO
La scultura del Settecento nella Lombardia orientale,
in Settecento lombardo
Il panorama della produzione plastica dal 1680 alla fine
del secolo XVIII, nell'area compresa tra il corso dell'Adda e il lago di
Garda, si presenta molto complesso per la diversità delle situazioni
culturali e politiche che caratterizzano queste zone, per la discrepanza
quantitativa della documentazione d'archivio, ancora poco indagata, per
la difficoltà di ricostruire coerenti cataloghi di opere delle personalità
operose nella regione perché spesso occultate, nelle singole specificità
stilistiche, da seriali e qualitativamente alte produzioni di bottega.
È possibile distinguere sul territorio tre diverse
realtà politiche e culturali: Brescia e Bergamo, che dalla fine
del Quattrocento sono parte integrante della Serenissima Repubblica di
Venezia e che hanno importanti legami con la cultura del centro Italia,
in particolare Roma, e con il nord Europa, specie l'area bavarese - austriaca;
Mantova, stato autonomo alternativamente vicino all'area veneta e a quella
emiliana, ma nel corso del Settecento parte integrante del ducato di Milano
e infine Cremona, dalla ricca tradizione artistica, ma per molti aspetti
legata alla produzione bresciana e all'intervento di qualche intagliatore
locale.
La storiografia artistica non è molto generosa
di notizie o di ricerche riguardo la produzione plastica settecentesca,
considerata sempre sorella minore della pittura ed esornativa rispetto
all'architettura, almeno fino alle indicazioni, seppur brevi, di uno scultore,
Giovan Battista Carboni, nella propria Guida di Brescia, data alle
stampe nel 1760, che celebra, accanto a un manoscritto dedicato agli artisti
bresciani, la grandezza della dinastia dei Calegari. La scultura settecentesca
viene disattesa dagli studi storico-artistici per tutto l'Ottocento e solamente
nel primo ventennio del Novecento iniziano le riscoperte di singole personalità,
di botteghe, di movimenti. Gli studi più articolati in questo senso
restano la monografia dedicata ai Calegari da Giorgio Nicodemi (1924),
le pagine redatte per la Storia di Brescia dal Vezzoli (1964), le
brevi note di Moroni e Perina (1965) sulla scultura mantovana, gli studi
di Puerari sulla scultura a Cremona (1976), il fondamentale studio sulla
bottega Fantoni a cura di Bossaglia, Lorandi, Ferri Piccaluga (1978) e
di quest'ultima la raccolta di studi edita nel 1989 sulla Valle Camonica
e infine la summa sulla scultura settecentesca in Italia della Nava
Cellini (1982) che ha sintetizzato i diversi fenomeni dei quali si è
fatto cenno.
Brescia si pone nella cultura lombarda del Settecento
come una delle maggiori fonti di artisti per tutto il secolo unendo alla
secolare tradizione dei lapicidi locali la ricchezza delle proprie cave
di Botticino e Rezzato per il marmo bianco e della Val Trompia e Val Camonica
per le pregiate pietre colorate e una ricca committenza sollecitata anche
dalle esigenze di rinnovamento degli edifici sacri e privati che caratterizza
tutta la prima metà del secolo. Ed è la determinante presenza
di imprese familiari specializzate in campo scultoreo che determina la
linea di evoluzione della scultura bresciana distintasi nella lavorazione
della pietra, rispetto all'impiego dello stucco, che caratterizza le zone
padane della Lombardia e della Valtellina, e all'impiego dell'intaglio
ligneo al quale sono delegati artisti della zona prealpina e alpina. Sulla
scia delle invenzioni dei Carra, grandi interpreti della cultura barocca
a Brescia e dei Ramus, una dinastia di intagliatori attivi in special modo
nelle vallate alpine fino ai confini naturali con l'area di cultura tedesca
e che elabora un proprio stile monumentale esplicitato nelle soase lignee,
si definisce, intorno al 1690-1700, la fisionomia della bottega Calegari,
per quanto riguarda l'area cittadina e delle dinastie di intagliatori delle
valli.
Alla scuola dei Ramus vengono inviati da Rovetta alcuni
membri della famiglia Fantoni e il continuo interscambio tra le due province,
che allora appartengono al medesimo governo centrale, produce un'importante
osmosi di idee, di forme, di tecniche, di iconografie e di stile che vede
la bottega Fantoni allargare i propri interventi, anche di particolare
impegno, lungo la direttrice della Val Camonica e sul bacino del lago d'Iseo,
mentre nella stessa zona emergono personalità autonome come quella
di Giuseppe Piccini, anch'egli bergamasco, o quella di grande novità
di Beniamino Simoni, bresciano. Nella zona del Garda invece si assiste
a un'equa divisione di sfere d'ingerenza tra gli artisti perché
se nel basso lago e lungo la riva meridionale il monopolio è quello
della bottega Calegari con opere, tranne qualche raro caso, ripetitive
e seriali, nella zona settentrionale, in corrispondenza degli altipiani
della Valtenesi, più orientati verso il Trentino e la costa veronese,
gli interventi decorativi sono monopolizzati da intagliatori della valle
dell'Adige tra i quali eccelle per novità, esuberanza, inventiva,
precocità di proposte barocchette Giacomo Lucchini, operoso a Tremosine
e a Limone. La città e la pianura invece sono sottoposte all'esclusivo
controllo dei Calegari, da Sante il Vecchio ad Antonio, il più noto
membro della famiglia, ad Alessandro a Sante il Giovane con qualche sconfinamento
in terra bergamasca (Telgate, Trescore Balneario, Palosco) e nel cremonese
come Ester e Giuditta di Antonio Calegari per la cattedrale di Cremona
(datate 1757), in collaborazione con Giacomo Bertesi.
Nella seconda metà del Settecento a Brescia assume
una posizione di rilievo anche la famiglia Carboni con Domenico, incisore
di rara valentia, e Giovanni Battista, continuatore della grande tradizione
e dello stile brioso di Antonio Calegari, spesso attivo in collaborazione
con argentieri e fonditori quali i Filiberti. Anche qui, come nelle zone
alpine della Lombardia occidentale, forte è il fenomeno dell'emigrazione,
non sempre dovuta a pressanti esigenze di sopravvivenza, ma più
facilmente al richiamo esercitato da ricche committenze e nuovi mercati
su una folta schiera di lapicidi e marmorini, spesso rimasti anonimi, ma
operosi in tutta Europa.
Rispetto alla corretta interpretazione del tardo barocco
romano del Raggi, data da Sante Calegari il Vecchio, Antonio fin dalle
prime prove nella chiesa di Sant'Agata, databili al 1731, mostra una forte
personalità creativa capace di rinnovare dall'interno le invenzioni
paterne, facendo scorrere un'energia vitale nei corpi delle statue che
iniziano a contorcersi sul proprio asse, a esprimere con gesti ampi ma
non magniloquenti, monumentali e graziosi insieme, i sentimenti interiori,
a fendere lo spazio non solo con dinamiche attitudini, ma attraverso arrovellati
e morbidi panneggi in grado di liberare energia. Il carattere stilistico
delle opere calegaresche è immediatamente riconoscibile e su questa
strada si muove l’intera bottega familiare, fino alle estreme propaggini
della produzione nei primi anni dell'Ottocento. Tuttavia il linguaggio
di Antonio, pur mantenendo fede all'idea decorativa e vivace della propria
scultura, subisce nel tempo una sorta di evoluzione che toccando l'acmé
con un certo espressionismo nelle statue per Cremona del 1757, nella Brescia
armata e nei due Apostoli della Pace degli anni Sessanta del
secolo, si placa in un fare più concentrato e insieme più
fortemente simbolico nelle opere tarde tra le quali le Allegorie
di Padenghe del 1773 e l'Immacolata della Pace: il brillante lessico
rococò si viene stemperando, come nella coeva cultura pittorico
- architettonica, nel pausato e geometrizzante stile "Luigi XVI". Accanto
alla notevole e non ancora filologicamente indagata tradizione statuaria,
le botteghe dei Calegari, dei Carboni, dei marmorini locali, producono
un'enorme quantità di elementi decorativi per le architetture, per
gli altari, per i giardini, per gli scaloni mantenendo il livello qualitativo
e tecnico al passo con le mutazioni dello stile e adottando diversi linguaggi
ai diversi committenti e alle diverse realtà culturali. È
il problema inizialmente affrontato da Testori (1976) nei confronti di
Beniamino Simoni, scultore in marmo e in legno noto per la straordinaria
Via Cruis del Santuario di Cerveno in Val Camonica che per l’area
montana, in sintonia con quanto gli stessi Fantoni realizzano nella zona,
utilizza una grammatica figurativa di chiara ascendenza popolare, uno stile
attento nel porre l'accento sui dati reali, riconoscibili, dei personaggi,
in grado di coinvolgere nella descrizione e nell'accentuazione grottesca
della realtà quotidiana, una cultura abituata a cogliere nella gestualità
teatrale, nelle deformazioni, i valori simbolici della narrazione. In ambito
aulico, come quello che poteva trovare in città e nella committenza
dell'alto clero, il Simoni si esprime al contrario con la maestria e l'eleganza
formale che avevano fatto la fortuna dei Calegari. Il grande cantiere della
cattedrale di Brescia è infine la palestra per le ultime imprese
scultoree di grande respiro e che vede l'intervento di Antonio Calegari,
di Sante il Giovane e di Giovan Battista Carboni. Antonio colloca nel presbiterio
le monumentali figure dei Santi Gaudenzio e Filastrio, in
sintonia con il culto mariano e antiereticale coltivato dal committente
Angelo Maria Querini, che hanno il piglio dinamico e negli ampi monti stravolti
da un vento impetuoso come gli stucchi di Diego Carloni, mentre sugli altari
laterali le figure allegoriche delle Virtù si adeguano, a
mano a mano, a una maggiore semplificazione delle forme che caratterizzano
il percorso di Antonio. Al figlio Sante e al Carboni vengono commissionati
i busti degli Evangelisti per i medaglioni dei pennacchi della cupola,
portati a compimento nel 1779, mentre al solo Carboni è affidato
il compito di plasmare il gruppo dell'Assunta per il fastigio del
Duomo, desunto dal dipinto dello Zoboli posto sull’altare maggiore, e realizzato
in marmo dal Possenti. Le figure di Santi ai lati opera del Possenti
e del Citterio, concludono, allo scadere del secolo, la tradizione plastica
locale.
Singolari e isolate rimangono le figure di Giacomo Lucchini,
attivo a Tremosine e straordinario inventore di forme barocchette, in anni
precoci per la definizione dello stile in area lombarda (1700-1709) ma
certo influenzate dalle contemporanee produzioni in area bavarese e austriaca,
e quella di Giuseppe Piccini, operoso fino al primo ventennio del Settecento
in Val Camonica, che si pone come ponte tra il gusto ancora per certi versi
seicentesco nel comporre massiccio delle figure e nella simmetrica disposizione
dei racemi vegetali e delle cornici, e la novità della brillante
descrizione di tranches de vie nelle quali si collocano naturalmente
episodi delle biografie dei santi.
In area bergamasca emerge per tutto il secolo la grande
scuola dei Fantoni di Rovetta, forse la bottega artigiana più moderna
e articolata dell'Italia settentrionale nel Settecento: un'impresa familiare
organizzata nel dettaglio, capace di produrre un'immensa quantità
di oggetti disparati, rispondenti alle esigenze di una quanto mai variata
committenza, seriali e insieme unici, dove una formula fortunata viene
declinata in infinite varianti. La raffinatezza del linguaggio plastico,
la maestria tecnica, la quantità dei pezzi prodotti, la qualità
mantenuta sempre a livelli più che discreti, la carenza di individuazioni
documentarie rendono arduo qualsiasi tentativo di discernere con certezza
una personalità rispetto a un'altra e se è vero che le individuali
capacità di Grazioso il Vecchio e di Donato Andrea sono in molti
casi riconoscibili per la freschezza dell'invenzione, della resa materiale
e per vie documentarie, nella maggior parte dei casi gli studiosi pur intuendo
e verificando mani diverse, hanno correttamente utilizzato la formula attributiva
"Bottega Fantoni". Tutta l'area bergamasca, e gran parte di quella bresciana,
vantano un patrimonio plastico davvero straordinario dovuto alla bottega
di Rovetta e se per quanto riguarda i gruppi statuari il catalogo redatto
nel 1978 è pressoché completo, ancora aperto resta il capitolo
degli apparati ecclesiastici (tronetti, espositori, altari, tridui, quarantore),
degli arredi sacri e profani e del materiale di bottega, dai disegni ai
bozzetti.
Molto diverso è il problema che si presenta per
le zone di pianura come Cremona e Mantova dove la mancanza di materiale,
quale legno pregiato e marmo, attesta la produzione plastica all'impiego
dello stucco e della terracotta; infatti gli unici esempi di statuaria
monumentale in pietra a Cremona è quella dei Calegari e a Mantova
del Tivani, benché realizzata, in arenaria.
A Cremona emerge la figura di Giacomo Bertesi da Soresina,
intagliatore che organizza nella città una ricca bottega e dopo
una parentesi infelice come responsabile del cantiere del Duomo, si trasferisce
a Piacenza, a Genova e poi in Spagna per poi ritornare nella città
d'adozione. La produzione di Bertesi, quasi tutta in legno di pioppo e
nella generalità dei casi dipinta, si attesta su un linguaggio aggiornato
sulle stampe e sulle incisioni, specie italiane, con qualche piglio vagamente
barocchetto, ma non mai apertamente asimmetrico e dinamico, ché
le figure si limitano a un'elementare gestualità incapace di stravolgere
lo schema monumentale delle composizioni.
Certe raffinatezze rococò sono invece presenti
negli intagli per gli arredi, dove probabilmente l'artista si muove più
libero dagli schemi figurativi tradizionali, e che gli permettono un approccio
diretto ai modi e alle forme del linguaggio settecentesco diffuso capillarmente
in tutta la regione.
A Mantova invece, al di là del Tivani, non esiste
una produzione autonoma di scultura, se si escludono i rari esempi stucco
per la gran parte d'importazione e di bronzistica e argenteria nelle quali
eccelle la dinastia dei Bellavite, di origine veronese.
Tuttavia manca ancora oggi uno studio complessivo sulla
scultura settecentesca lombarda che chiarisca le complesse e intricate
interrelazioni tra le botteghe a conduzione familiare, le singole personalità
operose talvolta autonomamente, i pittori gli stuccatori e i marmorini,
un’indagine documentaria che riveli le posizioni degli scultori nell'ambito
della produzione artistica e nei confronti dei committenti, i processi
tecnici e inventivi, l'incidenza delle stampe e delle collezioni di modelletti
e gessi negli studi, ché i pochi esempi che si sono potuti ottenere
per la mostra non sono nemmeno una ridotta campionatura delle tipologie
e delle scuole, ma semplicemente indicazioni che inducano a una nuova messe
di studi sull'argomento. Gli studi settoriali, i singoli contributi, alcuni
puntuali e fondamentali, hanno aperto la strada a un'indagine attenta della
produzione plastica lombarda; essa rivela una sostanziale affinità
con le novità elaborate dalla pittura e dall'architettura, allo
scadere del Seicento e nella prima metà del Settecento, nell'alveo
della cultura barocchetta internazionale: uno stile che, diffuso capillarmente
proprio da quelle botteghe artigiane attive su tutto il territorio e oltralpe,
trasforma radicalmente il gusto europeo e portando alle estreme possibilità
una tradizione secolare, apre la strada al mondo nuovo.
Antonio Calegari
Brescia 1699-1777
Figlio di Sante il Vecchio, venne avviato giovanissimo
alla scultura nella bottega paterna insieme al fratello Alessandro e con
il padre collaborò nella realizzazione delle statue del presbiterio
di Sant’Agata a Brescia, distinguendosi per il maggior piglio dinamico
e per l’avvitamento delle figure entro ampi panneggi, che diverrà
nel corso del tempo la sua cifra stilistica. Tra le prime opere attribuitegli
sono, il Mosè e l'Elia della parrocchiale di Palosco,
affini appunto alle statue di Sant'Agata, ed evidentemente influenzate
dalla scultura d'ambito romano, specie per la maestria
nel trattamento del marmo e nella resa serica e avvolgente dei tessuti
dai quali le figure sgusciano quasi assorbendone energia. Il ricchissimo
catalogo di Antonio, che non ha ancora trovato una puntuale verifica filologica
e documentaria, si appoggia a una serie di riferimenti cronologici certi,
testimoniati da opere firmate e da pochi impegni contrattuali. Nel 1739
Antonio firmava le monumentali figure di San Gaudenzio e San
Filastrio per il presbiterio del Duomo Nuovo, la grande fabbrica in
quel periodo in avanzata fase di costruzione sotto il patrocinio del cardinale
Angelo Maria Querini. Per il cardinale il Calegari eseguì anche
un busto ritratto posto sul frontone dell'ingresso principale alla Cattedrale
e datato 1749, modellato su un precedente esemplare di Bartolomeo Pincellotti.
Nel 1752 realizzò gli angeli dell'altare del Rosario nella chiesa
di San Clemente a Brescia e l'anno precedente, sempre per un altare, portò
a compimento gli Angeli e il Pellicano per la parrocchiale
di Tagliuno. Alla maturità dell'artista appartengono invece la Giustizia
e la Prudenza per la parrocchiale di Chiari (1756) e le figure di
Ester e Giuditta per la cappella della Madonna del Popolo
nella Cattedrale di Cremona (firmate e datate 1757): un esempio di collaborazione
con Giacomo Bertesi, intagliatore cremonese a cui si deve la statua centrale
dell'Assunta. Intorno al 1760 Antonio partecipò alla decorazione
della grande fabbrica massariana di Santa Maria della Pace a Brescia con
le figure di San Giacomo e di San Giovanni Evangelista, dove
l'arrovellarsi dei panni, le posizioni innaturali e drammatiche dei Santi
permettono confronti con la contemporanea produzione pittorica e spiegano
l'impiego di bozzetti in terracotta con tessuti veri, panneggiati, che
ci è testimoniato dalle fonti e che trova coerente soluzione delle
due statue per l'altare di San Giuseppe nella parrocchiale di Chieri, San
Stanislao Kotska, e San Luigi Gonzaga, datate 1763. Sono gli
anni in cui la fama di Antonio è all'apice: gli venne affidata la
realizzazione del simbolo cittadino con la Brescia armata, posta
sulla fontana di fronte al Duomo Vecchio, un'iconografia che vediamo riprodotta
alla veduta a volo d'uccello della città, opera di Domenico Carboni
e datata 1764.
La forza espressiva, l'eleganza del porgere e dei gesti,
la raffinatezza del modellato e della resa dei chiaroscuri dei tessuti
vaporosi sembrano sintetizzarsi nella fase tarda dell'artista in una maggiore
concentrazione plastica dove la densità espressiva del soggetto
si concentra nel volto e nell'apparente compattezza e semplificazione dei
panneggi, come nelle due straordinarie figure dell'Umiltà
e della Castità della parrocchiale di Padenghe, firmate e
datate 1773, e l'Immacolata della sacrestia della Pace, terminata
da Giovan Battista Carboni.
Alla sua morte la bottega passò ai figli: Giuseppe,
di cui non si ha alcuna notizia certa; Luca, che terminò le statue
paterne per la chiesa bresciana di San Lorenzo nel 1791 e realizzò
San Pietro e Angeli per la facciata della parrocchiale di
Manerbio per la quale il fratello Santo il Giovane aveva realizzato la
figura di San Paolo; infine Santo il Giovane che tra il 1775 e il
1779 realizzò San Luca e San Giovanni per i medaglioni
della cupola del Duomo Nuovo in collaborazione con Giovan Battista Carboni,
a cui si devono i Santi Marco e Matteo.
Bibliografia: Vezzoli, 1973, XVI, pp. 735-737; Noak, 1990.
(Valerio Terraroli, Settecento lombardo, Milano, Electa 1991, pp. 292-297, 299-300).
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