CARLO CERESA
Carlo Ceresa nasce nel 1609 e muore nel 1679.
Le sue prove iniziali dimostrano irrefutabilmente che egli ebbe un tirocinio tardomanieristico di pura marca locale. In quell’Italia secentesca in cui pullulavano le scuole e le accademie, in cui il mestiere pittorico aveva raggiunto i più alti gradi del virtuosismo, e non solo nelle grandi fucine di Roma e di Bologna ma nella stessa Milano, il geniale ragazzo di San Giovanni Bianco subì lo svantaggio fondamentale e irreparabile di un modesto, anzi carente, apprendistato.
Le pitture del Ceresa non sono pervenute ai nostri giorni in buone condizioni: sia per la povertà iniziale dei pigmenti e per le tele troppo piccole, fornite dagli stessi committenti, che su di esse volevano risparmiare e obbligavano il pittore a giuntarle, sia per gli inconsulti interventi subiti nei secoli successivi. La monumentalità delle figure ceresiane inganna circa la sostanzialità della materia pittorica. Carlo Ceresa dipinge alla Veneta anche quando ricorre, per ottenere effetti di sacralità popolana, a tinte squillanti e accostamenti cromatici elementari. I suoi neri tendono a consumarsi. Resistono i suoi mirabili bianchi, grazie alla maggiore consistenza della biacca. Moltissimi dipinti, sottoposti ai gelidi inverni bergamaschi ed ora ai riscaldamenti invernali delle chiese, hanno subito la stessa sorte delle altre tele nella zona: essiccamento, squamatura e caduta del colore. A queste offese del tempo si aggiungono, nel caso del Ceresa, costanti manomissioni per troppo amore.
La manomissione più semplice è l’aggiunta di un cuore trafitto (chiesa delle monache ad Alzano) o del Sacro Cuore (chiesa parrocchiale di Ranica) sul petto della Madonna (a Ranica l’intera tela è stata dolcificata per armonizzarla con vicino telone del Coghetti). Assai più grave è l’insistente, ripetuta, pulitura dell’immagine più amata (Maria Vergine, il Bambino Gesù), che toglie le velature ed espone la preparazione rossa data alle parti salienti degli incarnati (secondo un criterio opposto a quello usato nel Trecento, quando si preparavano in terra verde le parti in ombra). Quella preparazione rossa si intravede o si indovina sotto la modellazione a lacca nelle figure ben conservate, e non era negli intendimenti del pittore che fosse mai visibile; ma è credenza locale che un buon restauro debba mettere in luce nasi avvinazzati e mani imporporate da geloni. Per sostituire le velature perdute, ho visto ripassature di effetto roseo granuloso per nulla soddisfacente.
E quando si rimpiange la scomparsa delle incorniciature originali – sia quelle modellate da plasticatori in stucco sia quelle intagliate nel legno, dorate e laccate di rosso, di un gusto fra il manieristico e il rococò – che sono il raro e perfetto completamento delle pitture sacre del Ceresa!
(Luisa Vertova, I pittori bergamaschi dal XIII al XIX secolo, vol. Il Seicento, II, Bolis 1984, p. 403, 460)