Transito di S. Giuseppe


Citata per la prima volta dal Maironi da Ponte nel 1820, quando si trovava nell’originaria collocazione sul secondo altare a destra, l’opera fu in seguito (1842) sostituita da una tela di identico soggetto del clusonese Lattanzio Querena e trasportata in sagrestia, dove tuttora si trova. Le condizioni del dipinto del Cifrondi sono assai precarie: la superficie è in più parti ossidata, già si nota qualche caduta di colore. Non abbiamo elementi esterni per una collocazione cronologica del dipinto: la chiesa rifatta a partire dal 1694, fu inaugurata nel 1702, ma questa data è troppo precoce per il Transito di S. Giuseppe nonostante infatti che nei panneggi vibranti di spatolate luminose e filate vi sia più di un contatto con le opere dei primi anni del secolo (le tele della volta della Basilica di Clusone, i Santi e gli Apostoli di S. Spirito a Bergamo: v.schede 115, 33, 34) - una materia pittorica che resterà più o meno costante in tutto il percorso dell’artista -, il volto di S. Giuseppe (simile a tanti S. Pietro che abbiamo visto) e soprattutto quelli appuntiti della Vergine e del Cristo, così come l’impostazione un po’ in tralice della scena, rimandano a un momento successivo dell’attività del clusonese che riteniamo posteriore ai raggiungimenti dei Padri della Chiesa di Gorlago (v. scheda 134) e comunque da situarsi alla fine del primo decennio del secolo. Allo stesso momento di ispirazione appartiene certamente (e non solo per l’identità del soggetto) il Transito di S. Giuseppe di Nese (v. scheda 8). La Madonna altissima e assente - il volto fuori misura e troppo piccolo - chiude a destra la scena che a sinistra contiene la figura semiseduta e arcuata del Cristo che tasta il polso al vecchio Giuseppe ormai con gli occhi sbarrati e la bocca aperta: un clichè che tornerà in alcuni dei Vecchi dell’ultimo periodo bresciano e che dà un’ulteriore conferma a una datazione non eccessivamente arretrata. I rosa e gli azzurri quasi uguali del manto e della veste del Cristo e della Vergine fanno da quinta, bilanciandosi cromaticamente, alla figura centrale in bianco e verde intenso, avvolta nelle fluide pieghe dello stazzonato bianchissimo lenzuolo. Nel fondo bruno della stanza sono gli emblemi di una vita e di un mestiere (la pialla, la sega), ordinatamente sistemati o appesi a un chiodo. Sul proscenio due puttini guardano con curiosità il frutto di un miracolo vecchio di decenni, la verga fiorita.

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