Articolo tratto da "Vilminore Informa" agosto 2003
1923 -2003: 80° anniversario del disastro del Gleno
...si piangeva tutti la perdita dei suoi cari
Le valli alpine diventano produttrici di "carbone bianco". Le fasi della costruzione. 1° dicembre, ore 7,15: l'immane massa d'acqua e di materiale produce distruzione e morte a Bueggio, Dezzo e Corna di Darfo. La cronaca dell'evento e l'incerta attribuzione delle responsabilità: una diga "arbitraria ed abusiva". Aspetti umani della tragedia del Gleno: la commovente rievocazione di alcuni testimoni e l'autodifesa di Virgilio Viganò.
a cura di Agostino Morandi

Premessa - l'anno 1883 segna l'inizio dell'industria elettrica italiana: a Milano entra in funzione la prima centrale elettrica europea, la seconda al mondo dopo quella realizzata l'anno precedente a New York da Thomas A. Edison. Alcuni anni dopo, a Paderno, sul fiume Adda, per soddisfare la necessità di energia di Milano, viene avviata una centrale che produce 11.000 KW. Lo storico Mimmo Franzinelli, autore di una ricerca sulle centrali idroelettriche, con particolare riferimento alla Valle Camonica, scrive:"nell'ultimo decennio dell'Ottocento si prepararono - a livello scientifico, tecnologico e finanziario - le premesse del decollo del settore idroelettrico, realizzato nei primi anni del nuovo secolo, col risultato di fornire un decisivo impulso alla industrializzazione del Paese. La diffusione di moderni opifici forniti di macchinari meccanici richiedeva ingenti quantitativi di combustibile: la carenza di carbone imponeva la scelta tra il ricorso all'indebitamento con l'Estero e l'individuazione di risorse alternative. L'energia idroelettrica consentì all'Italia di modernizzare il proprio comparto produttivo, riducendo il ritardo economico rispetto alle altre nazioni europee. Negli ambienti della finanza milanese si promosse la costituzione di società finalizzate a produrre e a distribuire energia elettrica, sia per l'illuminazione (pubblica e privata), sia per attività industriali. La Valle Camonica (ed anche la Valle di Scalve), comprese nel bacino imbrifero dell'Oglio, si configurano come zone produttrici per eccellenza. Infatti, dal 1910 proprio la Valle Camonica costituisce a livello provinciale il circondario con il maggior numero di derivazioni di corsi d'acqua a fini idroelettrici". Con l'inizio del 1900 entrano in scena gli "autoproduttori" di energia elettrica. Tra questi va menzionato Agostino Bonara, l'industriale che aveva avviato a Darfo una fabbrica che produceva latta stagnata. Lo stabilimento era alimentato dalla derivazione del fiume Dezzo, sfruttando due metri cubi d'acqua al secondo e con un salto di 27 metri. Nel 1904 la ditta Pesenti di Alzano Maggiore, produttrice di cementi, avvia il progetto per la costruzione di un grandioso acquedotto. L'iniziativa viene illustrata da Carlo Santi, che adotta lo pseudonimo di Scalvino, ed è corrispondente per la Valle di Scalve del quotidiano provinciale "Il Giornale". In un articolo del 21 febbraio 1905, titolato "carbone bianco", scrive: da qualche mese (la ditta Pesenti) mantiene quassù una squadra di ingegneri e di geometri pei necessari rilievi pel prossimo inizio dei lavori. L'acquedotto deriverà l'acqua dal torrente Dezzo, convallandola sotto il ponte. L'acquedotto, dopo un percorso di nove chilometri, sul territorio dei comuni di Azzone, Borno e Mazzunno, precipiterà i suoi 1200 litri di acqua al secondo da un salto prodigioso di oltre 200 metri su giganteschi mostruosi ordigni che produrranno torrenti di energia elettrica da convertirsi in luce, in forza motrice e in…una fonte inesauribile, invidiabile di denaro e di ricchezza ai coraggiosi intraprenditori. Il corrispondente della Valle di Scalve anticipa che altri impianti idroelettrici hanno essi progettato di impiantare quassù sequestrando e imprigionando queste acque che da secoli vagavano libere, inutili e spesso dannose alla vita umana, all'industria civile. Due anni dopo, il 7 febbraio 1907, Scalvino aggiorna i lettori de "Il Giornale" intorno agli sviluppi del progetto per il quale la Prefettura ha staccato il decreto di concessione della derivazione. Nel frattempo alla ditta Pesenti si sono associati il Cotonificio della Valle Seriana e Gioachino Zopfi di Ranica. Tutti intendono usare l'energia elettrica nei rispettivi stabilimenti. La costruzione del canale, tutto in galleria, inizia alla fine di settembre dello stesso anno. Nel 1916, mentre la ditta "Galeazzo Viganò" perfeziona le pratiche per l'avviamento dei lavori del Gleno, stipula una convenzione con il Comune di Vilminore: le "condizioni generali e tariffe per la fornitura di energia elettrica per illuminazione". L'energia verrà erogata dalla piccola centrale nei pressi del ponte del Tino, alimentata dal nuovo acquedotto di Vilminore. La centralina, poco a monte del molino, in legno, viene costruita dal falegname Bortolo Baldoni insieme con il socio Bernardo Silli. Pietro Ronchis (n, 1919) ne conserva il contratto. Fruitori della straordinaria opportunità della "luce elettrica" saranno prima le piazze e gli edifici pubblici; quindi le chiese ed infine le frazioni. Infatti nel 1918 si inizia con il palazzo comunale, la farmacia, la canonica. L'avvenimento viene ricordato da don Bortolo Bettoni nella sua "cronaca": il giorno 19 di questo mese (maggio 1918) per la prima volta la luce elettrica illuminò questa casa arcipretale, essendosi fatto il debito impianto. Per la fine dell'anno anche la chiesa viene adeguatamente illuminata. Nel '19 tocca a Vilmaggiore e nel 1920 si accendono a Pianezza i busitì (lampadine) dol Viganò.

Il disastro del Gleno
In Italia, nella storia del settore idroelettrico, il disastro del Gleno (1° dicembre 1923), occupa il secondo posto per entità dei danni, dopo la catastrofe del Vajont (9 ottobre 1963, oltre duemila morti). La ricostruzione della vicenda del Gleno, effettuata nel citato saggio di Franzinelli, si avvale anche di documenti inediti, depositati recentemente nell'omonimo fondo presso l'archivio del Circolo Culturale "G. Ghislandi" di Cividate Camuno BS). Lo storico ha concesso allo scrivente la consultazione del fondo stesso (circa 1500 carte), nonché l'utilizzo della sua ricerca che viene illustrata qui di seguito. I documenti provengono dall'archivio della famiglia Bonardi di Brescia. L'onorevole Carlo Bonardi era al momento del disastro del Gleno sottosegretario alla Guerra, e fu incaricato da Mussolini di seguire personalmente l'accertamento dei fatti e le fasi della ricostruzione. L'imponente materiale processuale (che include buona parte della documentazione aziendale e amministrativa del periodo di costruzione dell'impianto) consente di appurare i metodi seguiti dall'imprenditore Viganò durante le contraddittorie fasi della edificazione della diga L'originario disegno di costruzione di un grande serbatoio nell'altipiano del Gleno (a 1.500 metri s.l.m., sopra la Val di Scalve, in provincia di Bergamo) risale al 1907, elaborato dall'ing. Tosana per conto dell'imprenditore elvetico Trumpy; il 12 aprile 1913 un progetto maggiormente circostanziato venne depositato dagli ingegneri Giovanni Zanetti e Giuseppe Gmur. Defunto Trumpy, gli subentrò Gmur che nel settembre 1916 vendette la concessione a una ditta tessile, la "Galeazzo Viganò" di Milano, interessata alla produzione di energia elettrica per autoconsumo. Il 31 gennaio 1917 un decreto del Prefetto di Bergamo consentì l'esecuzione delle opere, vincolate al rigido rispetto del progetto Gmur; i lavori vennero avviati sei mesi più tardi. Il rapporto tra la ditta Viganò e gli organi di controllo si sviluppò da subito all'insegna della corruzione: l'ing. Gmur, incaricato di trattare con i funzionari pubblici, il 6 febbraio 1917 sintetizzò con una frase allusiva il senso di un suo abboccamento con un dirigente della Prefettura di Bergamo: Ho potuto comprendere che la persona in parola non rifiuterebbe un ricordo. Alcuni mesi più tardi, in una lettera del 5 luglio a Virgilio Viganò (successore del padre Galeazzo, nel frattempo defunto, nella gestione imprenditoriale), il tecnico descrisse retroscena inquietanti: Prevedo che qualche proprietario dei fondi soggetti a servitù di passaggio ostacolerà l'accordo amichevole e non vorrei che avessero ad informare la Regia Prefettura che i lavori vennero iniziati senza rendere edotti gli uffici competenti, in più essendo ancora privi di regolare autorizzazione". Di lì a tre giorni una nuova missiva spiegò in qual modo venissero aggirati gli ostacoli alla prosecuzione dei lavori: In previsione che avremo ancora bisogno dell'appoggio dell'ing. Savoldelli del Genio Civile, così del Sig. Avv. Nuvoloni della R. Prefettura, favorisca dirmi quale compenso devo passare a cadauno di questi Signori. Ecco dunque i nomi di due funzionari pubblici sussidiati da Viganò. Dallo spoglio della corrispondenza scambiata tra l'ingegnere e l'imprenditore si accerta l'estensione della corruzione ad esponenti del Comitato Regionale di Mobilitazione industriale. In ambito politico il Viganò vantava la protezione del ministro delle Finanze, Filippo Meda. Il giovane direttore dei lavori, ing. Gino Consiglio, si trovò a malpartito per le continue ingerenze dell'imprenditore tessile nella conduzione del cantiere. Le sue confidenze all'anziano collega Gmur sono piuttosto esplicite: Il commendator Viganò si lagna di tutto, critica tutto con un'incompetenza che fa restar lì sconcertati. Mi ha ostacolato finora con l'assurda pretesa di aver qui gli operai a paga ridotta. Il comm.Viganò, col sistema attuale di incompetenti ingerenze, di obbiezioni sistematiche, di pretese e di impazienze, non farà certo il lavoro; è un uomo che non ha fiducia in alcuno, che vede dovunque trascuratezza ed abusi e non riconosce sacrifici ed attenzioni Nell'estate 1918 la posizione dell'ing. Consiglio era divenuta insostenibile e il professionista abbandonò ogni incarico, scindendo le proprie responsabilità da quelle di Viganò: "Persistendo ed aggravandosi tutta una serie di assurdità e di deficienze che a lungo andare non possono fare a meno di rovinare la mia posizione di Direttore del Lavoro, rinuncio come l'ho già avvisato a una tale mansione. E declino sin d'ora ogni responsabilità". Il tecnico rifiutò addirittura di completare le relazioni tecniche commissionategli, chiarendo a Gmur (autore del progetto della diga a gravità) i motivi delle sue dimissioni: Ho notato una serie di errori banali e grotteschi ordinati a mio nome dal comm. Viganò. L'imbocco Nord della galleria era tracciato con tutta esattezza; s'era fatto già lo sbancamento e su questo avevo già messo dei punti in linea. Ebbene, il Viganò a nome mio comandò di deviare verso monte per raccordarsi col lavoro, Dio sa con che curva!!! Lo spostamento era di oltre 80 cm. e la direzione completamente sballata. É possibile che io non abbia alcuna difesa contro le pazzie di un tale pezzo d'idiota? che egli possa così impunemente sfogare la sua manìa di costruttore tenendo me responsabile in definitiva della sua balordaggine? É vero o non che presso il mio successore, presso tutti quei competenti che eventualmente vedranno il lavoro, tutte le imperfezioni, gli errori si penseranno causati da me? É uno stato di cose talmente irritante e penoso che non saprò proprio qual contegno tenere. Le ripeto, è indispensabile trovare la maniera di disarmare questo pazzo! É così spensierato e incosciente che fa strabiliare! Nel timore che l'attivismo dell'autodidatta Viganò (munito della licenza ginnasiale) si sarebbe rivelato foriero di conseguenze nefaste, l'ing. Consiglio stese verso la fine del settembre 1918 un memoriale a tutela del proprio operato, dal quale traspare la sua progressiva emarginazione dalla direzione dei cantieri del Gleno: Per sopperire alle esigenze imprescindibili di sorveglianza che richiedeva la continuazione del lavoro, mi sobbarcai in via eccezionale le mansioni di marcatempo, assistente, topografo, montatore della teleferica ecc., ma dovetti lasciare in arretrato tutto ciò che sarebbe stato mansione del Direttore Lavori e di ingegnere costruttore: lo studio progetti restò in abbandono e la mansione di Direttore Lavori venne gradualmente assorbita da un cognato del comm. Viganò, dal signor Francesco Silva, incompetente e squilibrato, poi, sotto la maschera di un'affettuosa collaborazione, dal Viganò di persona.(...) I lavori erano affidati all'incompetenza del Viganò, esperto, espertissimo nella propria partita di industriale di cotoni, ma non costruttore, sicchè tutto era in piena anarchia. Tra le carte del maestro delle miniere Antonio Magri ("Scaramèla", 1856-1931) è stata reperita una lettera estremamente interessante: venne spedita da Ellera (Perugia) da un suo amico capomastro, certo Giuseppe Facchini. Dal contesto si suppone che egli abbia lavorato per qualche tempo al Gleno, come sorvegliante dei lavori preparatori, dalla conduzione dei quali il Facchini presagisce funeste conseguenze. La missiva porta la data del 26 dicembre 1918: Caro Antonio, che avette (sic) a raccontarmi di quei luoghi? Specialmente del famoso Gleno. Son perforate le gallerie? Funziona bene la teleferica? La diga è già impostatta? I successori del defunto Commendatore (Galeazzo, n.d.a.) hanno compreso i bisogni di quel lavoro? Oppure persistono nelle stesse poverissime norme di economia sbaliata. Spero di no, altrimenti povero impianto del Gleno. Spero a vostro comodo volliate dirmi qualchecosa. Come va la nuova impresa della diga che tanto si è vantata? tacciandoci noi di nessuna competenza di quei lavori (…). Nel maggio 1920 l'incarico di direttore dei lavori venne assunto dall'ing. Giovanni Battista Santangelo che per la giovane età (trent'anni) e il carattere remissivo non avrebbe ostacolato le velleità tecniche di Virgilio Viganò. Morto l'ing. Gmur (25 agosto 1920), l'originario progetto a gravità viene rimpiazzato da un nuovo schema ad archi multipli, la cui esecuzione venne intrapresa in assenza delle autorizzazioni di legge, in un contraddittorio balletto di complicità e di severi quanto inutili richiami da parte dei diversi enti pubblici competenti per materia. Solamente nel febbraio 1922, quando cioè la costruzione della diga era in fase avanzata, la ditta Viganò consegnò al Genio civile il nuovo progetto della diga ad archi multipli, firmato dall'ing. Santangelo. Virgilio Viganò, senza più il freno dell'ing. Gmur e l'ostacolo dell'ing. Consiglio, accarezzò ambiziosi progetti di realizzazioni idroelettriche: non accontentandosi più di un impianto finalizzato all'autoproduzione, volle ingrandire le costruende strutture del Gleno per dar vita ad un'azienda elettrocommerciale. Il 9 novembre 1922 venne richiesto il collaudo delle centrali di Vilminore (Povo e Valbona): dagli atti processuali risulterà che ai Viganò era stata rilasciata soltanto una "autorizzazione verbale" (sic). Il 18 maggio 1923 Viganò inoltrò al Ministero dei Lavori pubblici istanza di autorizzazione alle modifiche del tracciato del Povo inferiore e del Nembo, nonché alle rettifiche delle derivazioni dei torrenti Tino e Salina per aumentare il deflusso al bacino del Gleno. Alla fine dell'estate la diga era completata: lunga 260 metri, con una superficie di 40.000m 2 , conteneva 4 milioni di m 3 di acqua: "con un primo salto di 500 m. alimentava la centrale di Bueggio, indi con un altro salto quella di Valbona, producendo una energia di oltre 5.000 HP. Dovevano completare l'impianto altre derivazioni secondarie dei torrenti Tino e Nembo" Il 22 ottobre, dopo alcuni giorni di intense piogge, l'invaso si riempì d'acqua. Nei giorni successivi fuoriuscirono dal fondo della diga perdite crescenti e vennero disposte un paio d'ispezioni da parte di tecnici. Intorno alle ore 7 del 1° dicembre 1923 la parte centrale della diga cedette di colpo, precipitando un'ingente massa d'acqua verso il fondovalle: alcuni centri abitati vennero completamente distrutti e (secondo le fonti ufficiali) i morti furono 356. Ma con buona probabilità furono molto più numerosi. Questa la cronaca del tragico evento, contenuta nella relazione del Comitato Provinciale Bergamasco "Pro danneggiati del disastro del Gleno": Circa 6 milioni di metri cubi di acqua, precipitandosi sulle sottostanti vallate, in pochi istanti le ridussero un ammasso informe di detriti e di macerie, seppellendo, come in un enorme cimitero, paesi, case, uomini e tesori. Furono visti edifici, torri, costruzioni galleggiare per qualche istante sull'acqua, poi sparire per sempre in una voragine d'acqua. Furono sorpresi gli uomini nelle loro abitazioni, nei luoghi dei loro affari, nei ritrovi, mentre dormivano, lavoravano o attendevano a ordinarie incombenze e furono miseramente travolti. Pochi poterono salvarsi; i bimbi in ispecie soggiacquero all'orribile ecatombe, talora sotto gli occhi dei genitori terrorizzati, che se li videro sfuggire di mano, rapiti dal cataclisma mostruoso. E scene strazianti ovunque, per le strade, lungo i pendii aprichi e boscosi, sui prati di musco, nei paesi agresti. E poi figure di uomini inebetiti e trasecolati, fuggenti come pazzi sotto l'assillo di un terrore indescrivibile. La notizia dell'immane disastro destò enorme sensazione in tutta Italia e il Parlamento si convocò per discutere la dinamica e le responsabilità della sciagura. Il ministro dei Lavori pubblici, Carnazza, così illustrò nella seduta del 6 dicembre i danni provocati dalla rottura dell'invaso: Nel territorio denominato Piano del Gleno, era stato costruito un bacino di raccolta delle acque del fiume Dezzo, trattenute a valle da una diga dell'altezza di 59 metri d'acqua. La diga, dicono i tecnici, ha ceduto per uno scorrimento sul piano di fondazione. Essa, rovinata completamente nella sua parte superiore, ha lasciato precipitare quell'enorme massa d'acqua, che ha investito in pieno uno dei comuni immediatamente sotto il bacino di raccolta; poi si è incanalata per la Valle del Dezzo, Questa essendo strettissima, l'acqua non ha potuto espandersi ed ha raggiunto nella valle l'altezza da 25 a 30 metri, asportando tutto con una straordinaria violenza. Alla confluenza del Dezzo con l'Oglio la massa si è rovesciata in questo fiume determinando un rigurgito; indi si è versata nel lago di Iseo. Durante il suo tragitto, la furia delle acque ha completamente distrutto la frazione di Dezzo, della quale non vi è più traccia alcuna visibile; ha asportato quattro centrali elettriche in fondo della Valle; ha gravemente danneggiato lo Stabilimento delle Ferriere di Voltri; ha asportato due ponti; ha rovinato quasi tutta la via Mala che corre in fondo alla Valle di Dezzo, ed infine ha invaso alcune campagne tra la confluenza del Dezzo con l'Oglio e il Lago di Iseo. Purtroppo a questi danni materiali, che possono essere valutati tra i 130 e i 150 milioni, si aggiunge una perdita enormemente più dolorosa, quella cioè di non meno di 500 vittime umane. Il ministro Carnazza, nella risposta alle interpellanze parlamentari, affermò che esiste una irregolarità, ed è la mancata approvazione da parte degli organi tecnici per la costruzione delle dighe. (Vivissima impressione; commenti prolungati). [...] L'imprenditore ha dichiarato di essersi lasciato guidare dal semplice buon senso e di essersi creduto benefattore del Paese, perché con soli cinque milioni era riuscito a costruire una grande diga per condurre a termine la quale gl'ingegneri avrebbero richiesto dieci milioni. (Commenti). Ma può darsi benissimo che ci siano altre responsabilità. L'opera non è stata collaudata. (Commenti vivissimi). Ma, in questo momento, è prematuro parlare di responsabilità". Contrariamente al costume del Senato, al discorso del ministro seguì un dibattito vivace, a tratti polemico Una decina di giorni dopo il disastro i funzionari del Ministero dei Lavori pubblici accertarono che la diga realizzata dal Viganò non era quella a suo tempo autorizzata e ne trassero le conclusioni: L'opera, quindi, che ha dato luogo al disastro, risultava arbitraria ed abusiva. A fine mese gli organi ministeriali di vigilanza si autoassolsero da ogni responsabilità circa il crollo della diga: "Nessun provvedimento di autorizzazione o di sanatoria è mai intervenuto, non essendo stato sottoposto all'approvazione di questo Ministero. [...] Solo in occasione del disastro il Ministero ha appreso che le opere d'invaso erano state messe in esercizio, cosa assolutamente illegale, poiché il concessionario non può far uso della derivazione se non dopo approvato il collaudo delle opere, che non è avvenuto". La perizia giudiziaria, affidata al prof. Gaetano Ganassini (docente di costruzioni idrauliche del Politecnico di Milano) e all'ing. Arturo Danusso, appurò: a) che il terreno d'appoggio della diga non era adatto a sostenere lo sbarramento; b) che non si erano registrati fenomeni sismici precedentemente al crollo; c) che la rovina della diga si ricollegava all'insufficienza statica (intrinseca e di posizione) della muratura d'appoggio. I due periti avevano raccolto testimonianze assai significative: da quella del guardiano della diga (la fuoriuscita di acqua era via via crescente, in forte aumento nei giorni precedenti il disastro, sia alla base dello sbarramento sia nella parte superiore dell'invaso) a quella dell'elettricista della centrale di Povo (le perdite d'acqua mantenevano in marcia un generatore della centrale: si producevano 500 kWh con un consumo di circa 140 litri al secondo).In un primo tempo il procedimento giudiziario si aprì "contro ignoti". Quando poi - il 30 dicembre 1923 - vennero individuati gli imputati nelle persone dei fratelli Viganò, dell'ing. Santangelo e dell'impresario Vita, accusati di omicidio colposo - la difesa ebbe buon gioco ad ottenere l'annullamento delle perizie geologica e sismica, in quanto eseguite senza la presenza dei periti di parte. Durante il mese di dicembre - quando cioè contro Viganò non era ancora stata elevata formale incriminazione - l'imprenditore milanese occultò le proprie ricchezze, per sottrarle alla prevedibile condanna di risarcimento, e asportò alcune registrazioni contabili: il Tribunale, avuto sentore delle manovre, dispose finalmente il sequestro della documentazione sull'impianto del Gleno. I Viganò affidarono a quattro illustri cattedratici (gli ingegneri proff. Mario Baroni, Ugo Granzotto, Luigi Kambo e Urbano Marzoli) il compito di contestare i risultati della perizia giudiziaria. Le conclusioni della perizia di parte adombrarono due ipotesi: l'attentato dinamitardo e il sommovimento tellurico: La mattina del 1° dicembre una causa istantanea esterna alla diga estese una frattura a tutto lo spessore del tampone fino alla base dei piloni centrali, e poi tutto si rovesciò". La pista dell'attentato dimostrativo con finalità politiche (una tesi costante in analoghe circostanze) venne indicata dal collegio difensivo sulla scorta delle deposizioni di due detenuti, adattatisi a fungere da provocatori per incriminare alcuni socialisti camuni quali mandanti dell'attentato dinamitardo, nel quale sarebbe stato coinvolto pure il guardiano della diga, Francesco Morzenti, la cui testimonianza inchiodava Viganò a pesanti responsabilità. Sin dalla fase procedurale emerge come gli imputati dispiegassero nella difesa rilevanti mezzi finanziari, avvalendosi di uno staff di tecnici e di legali di prim'ordine, mentre le parti lese - in gran parte piccoli contadini e artigiani familiari delle vittime - versassero in evidente condizioni di subalternità e di sfiducia. Si aggiunsero inoltre le manovre tacitatorie delle banche, intervenute per convincere i danneggiati a recedere dal giudizio in cambio di un'indennità monetaria. Altro fattore significativo: la solidarietà tra industriali (principalmente le "Ferriere di Voltri" e la "Società Elettrica Bresciana"), che pure avendo subito danni ingenti dalla rovina dalla diga non si costituirono parte civile, regolando i loro rapporti con la ditta "Viganò" in sede extragiudiziale. Lo stesso comportamento dello Stato giocò a favore degli imputati, per una questione di sostanza (la corresponsabilità per la mancata vigilanza sulla costruzione della diga) e anche di immagine (la linea del ministero Mussolini consisteva nell'amplificare le realizzazioni positive e nel celare gli aspetti problematici della situazione italiana). Il potere politico operò per minimizzare l'impatto della tragedia sull'opinione pubblica. Le vicende giudiziarie furono piuttosto travagliate. Il processo, apertosi nel maggio 1925, in più occasioni venne rinviato a nuovo ruolo; le udienze si dilatarono negli anni e furono condotte in sordina, mentre l'impatto emotivo seguito alla catastrofe si smorzava. I resoconti giornalistici indulsero al pietismo, enfatizzando gli aspetti di colore piuttosto che scavare alla ricerca delle responsabilità. L'azione dei magistrati, superata la fase iniziale di attivismo, rallentò, si attenuò e concesse crescenti spazi alle controperizie, anche quando esse proposero ipotesi poco consistenti (la "pista politica" non venne mai abbandonata, a dispetto dell'evidente fantasiosità e strumentalità). Nel collegio difensivo di Viganò spiccava la personalità dell'on. Sarrocchi, ministro dei Lavori pubblici tra il luglio 1924 e il gennaio 1925. Testimonianze basilari quali quella dell'ing. Augusto Villa, secondo il cui giudizio i materiali di costruzione erano deficitari e la diga era stata eretta senza fondamenta vennero sottovalutate se non rimosse, sommerse dalle perizie difensive. La relazione peritale del gennaio 1927, sostanzialmente motivata dalla concorde volontà di sbarazzare il campo dall'originaria relazione Ganassini-Danusso, inconciliabile con le tesi di Viganò, risulta per molti aspetti funzionale alla linea della difesa: ragione spiegabile anche col fatto che venne redatta da un tecnico nominato d'ufficio e da uno di fiducia degli imputati. Il documento presenta aspetti paradossali: uno dei suoi "punti forti" era la volontà di dimostrare che l'originario progetto Gmur (sostituito da quello dell'ing. Santangelo) non fosse sufficientemente sicuro. La perizia - che elogia Santangelo e Viganò- puntò a demolire le prime risultanze, contrarie a Viganò, e siccome non era possibili indicare motivi del crollo alternativi a quelle intrinseci, non approdò ad alcuna certezza: le cause del crollo possono essere state tante, ma noi oggi non siamo in grado di precisarne alcuna. Queste le conclusioni - invero piuttosto desolanti - cui pervennero gli ingegneri Giuseppe Albenga e Giovanni Masera. Le deposizioni del principale imputato, Virgilio Viganò, appaiono estremamente generiche ed elusive: Il disastro, secondo me, non può essere attribuito che ad un fatto accidentale, imprevedibile e misterioso, dipendente più dalle forze della natura stessa che dalle sfere degli uomini, fece scrivere a verbale nella seduta del 21 gennaio 1924. Quanto alle perdite d'acqua, si trattava di pochi litri al secondo, che per precauzione venivano raccolti entro un tubo e convogliati nel bacino di carico del canale della centrale di Povo. Il processo s'ingolfò in incidenti procedurali, sospensioni tecniche per ulteriori perizie, rinvii a nuovo ruolo, giungendo a conclusione soltanto nell'estate del 1927. Le richieste del pubblico ministero (9 anni di carcere per Viganò e per l'ing. Santangelo), già di per sé generose con i principali imputati, vennero stravolte dalla sentenza, che inflisse all'imprenditore e al suo tecnico di fiducia 3 anni e 4 mesi di detenzione (2 anni condonati) e lire 7.500 di multa (totalmente condonata), oltre al risarcimento delle parti lese e del risarcimento delle parti civili. L'assoluzione di Luigi Vita "per non aver commesso il fatto" è ricollegabile alla dimostrazione, documenti alla mano, che l'impresario aveva fatto il possibile per richiamare il Viganò all'esecuzione corretta dei lavori. In definitiva il processo per il disastro del Gleno fu vinto dall'agguerrito ed esperto collegio difensivo di Virgilio Viganò. Il crollo della diga del Gleno mise ovviamente in apprensione l'opinione pubblica per il pericolo derivante dai bacini artificiali. Gli industriali idroelettrici affidarono a tecnici ed a giornalisti il compito di rassicurare le popolazioni, ma al contempo studiarono attentamente i monconi della diga per comprendere i motivi del crollo ed evitare il ripetersi di simili eventi. Sulla stampa scientifica - italiana ed internazionale -apparvero saggi sul Gleno, chiusi dalla rassicurante affermazione dell'impossibilità del ripetersi di una simile tragedia. Il tragico evento del 1° dicembre 1923 indusse il Ministero dei Lavori pubblici ad emanare direttive più severe in materia di sicurezza degli invasi artificiali. Per quanto riguarda la diga del lago d'Arno, ad esempio, nella primavera 1925 "si rese necessaria la revisione dei calcoli di stabilità; in conseguenza dei risultati le Autorità Tecniche Superiori imposero la costruzione di uno sfioratore laterale, di alcune bocche di alleggerimento del serbatoio e di una soprastruttura della diga, aventi lo scopo di eliminare la tracimazione delle acque sopra la diga e di ottenere una migliore resistenza alla spinta idrostatica e dei ghiacci". Si ringrazia vivamente il Circolo "G. Ghislandi" per la preziosa collaborazione, in particolare Mimmo Franzinelli, componente del Comitato Scientifico, e Riccio Vangelisti, archivista della stessa associazione.

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Commoventi ricordi
La testimonianza scritta della bambina di Dezzo Caterina Bettineschi (Catarinì) suscita nella mente scene apocalittiche: trascorsa la prima ondata, la massa d'acqua e di detriti si ingolfa nella strozzatura all'inizio della Via Mala; si forma una gigantesca ondata che - indietreggiando - sommerge quanto rimane della frazione sulla sponda destra.Alla vista dei sopravvissuti si presentano scene strazianti e su quello che era fino a pochi minuti prima un fiorente abitato, con il vapore si adagia un desolante silenzio. Caterina, 23 anni dopo, rievoca con estrema lucidità alcuni particolari inediti: Era la mattina del 1° dicembre alle ore sette del mattino tornando dalla S. Messa mentre stavo per entrare in casa udii un gran rumore come di un camion ma non ci feci caso, anche perché al solito tutte le mattine il camion veniva a portare il materiale per il forno. Entrai in casa e mentre stavo preparando la colazione per me e mamma che era rimasta in chiesa ho visto traballare le tazze sul tavolo. Allora corsi alla porta della casa, e mi rivoltai verso la piazza; vidi un immenso fumo, e l'acqua incominciava già a passare per la contrada. Subito feci quattro passi, di corsa, verso la chiesa, e vidi il R. Don Giovanni nostro parroco che spingeva delle donne rimaste là per confessarsi, e lui mi disse: cosa fai? Andiamo!. Io gli risposi: voglio vedere cosa c'è. Non avevo finito di dire quelle parole che dal vento batteva sulla facciata della chiesa un salice con rami e radici. Presi uno spavento e anch'io su per sentieri dove scappavano donne e bambini tutti a piedi scalzi e correvano per salvarsi e mi rivoltai verso di là dal ponte e non vidi che due o tre persone quando ad un tratto un'immensa quantità di acqua copriva le case, e quando l'acqua calava lasciava solo sabbia e sassi. Sul far della sera quei pochi rimasti ci siamo radunati in una casa. Si piangeva tutti la perdita dei suoi cari. E passava per le case rimaste il buon Parroco con il suo fratello, allora sindaco del comune, per portare soccorso. Non meno struggente è il racconto di Amadio Allegris - anch'egli di Dezzo - che aveva da poco compiuto undici anni, ed abitava nei pressi della chiesa parrocchiale. Era appena rientrato in casa dopo aver assistito alla Messa. si dirige verso la piazza: vidi una grande nube e vento fortissimo, poi vidi che mi veniva incontro una donna con le mani nei capelli e mi disse: fuggi, fuggi, è qui il bacino del Gleno! (…).Vidi che nella strada veniva l'acqua alta come me; in alto, sopra i tetti delle case ovunque circolavano pezzi di ferro roventi. Allora mi misi in fuga e sono andato su per i prati verso Azzone dove vi era già altra gente che piangeva e che urlava, che correvano avanti e indietro come matti. Mi rivoltai indietro per vedere il paese e vidi un grande lago di acqua nera e fumo…ad un tratto vidi una grossa e lunga pianta di pino che vi era attaccato un uomo che con una mano sventolava un fazzoletto e faceva segno di aiutarlo, ma non è stato possibile a nessuno di aiutarlo, perché dopo pochi secondi un'ondata di acqua lo fece scomparire e non si vide più. Un altro in cima al tetto di una casa faceva segno perché qualcuno lo aiutasse, ma era impossibile, la casa stava per crollare un altro giovanetto che veniva verso i prati con due bambine sotto le braccia una per parte ed era in camicia senza niente altro, una giovane levò il suo grembiule glielo mise addosso per coprire la modestia. Poi vidi il Signor Parroco uscire di chiesa come un disperato con due vecchiette che le trascinava su un muricciolo poi le abbandonò e si mise a girare a destra e a sinistra dando assoluzione a tutti i morti che l'acqua trascinava. A poco a poco si vide che la massa d'acqua dalla parte della via provinciale di case non ve n'erano più (…).

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Ci hanno voluto assalire…
Solo da alcuni anni è stata reperita la corrispondenza (forse solo una parte) intercorsa tra Virgilio Viganò ed un suo confidente in valle di Scalve: sono una quarantina di lettere, oltre a numerosi telegrammi. Non è ovviamente possibile fare una lettura comparata, dal momento che non vi è traccia della comunicazione spedite all'industriale dall'amico; tuttavia risulta estremamente evidente la convinzione di Virgilio: di essere assolutamente innocente e quindi di considerarsi lui stesso una vittima, per di più braccato dagli industriali danneggiati che vorrebbero sottrargli tutto: i beni, il denaro e le concessioni di derivazione. Si evince pure la volontà di riparare in qualsiasi modo potendo tornare in Valle - danni provocati dal crollo della diga. Le lettere esaminate vanno dal dicembre 1924 al giugno 1928. La prima porta la data 18 dicembre 1924: Io pure ho spedito L. 500 al Parroco di Dezzo per l'ufficio (1° anniversario) non sapendo cosa fare altro date le continue ostilità e affronti fattimi. In quanto al desiderio che ritorni in Valle a ripristinare l'impianto su puoi dirlo a tutti che il mio più forte dolore (oltre quello delle povere vittime) è stato quello d'essermi visto così allontanare dalla Valle come un colpevole e senza cuore dando così man forte ai nostri nemici (gli industriali, n.d.a.) per rovinarci completamente. Mentre s'io fossi rimasto in Valle anch'io come un danneggiato e vittima come tant'altri, a quest'ora quanto si sarebbe fatto per soccorrere specialmente i piccoli danneggiati rimasti senza casa e senza aiuto. Non schiacciati sotto l'imposizione e la denuncia di responsabili e quindi sotto sequestro, avremmo avuto la possibilità di soccorrere i più bisognosi a quest'ora l'impianto (anche senza diga) sarebbe di nuovo funzionante e tutti i danari che si sarebbero incassati si sarebbero potuti distribuire ai danneggiati. Invece così tutto deperisce a danno di tutti (…). In una lettera del 24 gennaio 1925, Virgilio ribadisce le proprie buone intenzioni: restando in Valle me ne ricorderei sempre ed aiuti si possono sempre dare in avvenire sia a privati che per opere pubbliche (…). Nel luglio dello stesso anno da Ponte Albiate giunge una lettera al parroco di Bueggio: (…) come molte volte ho detto, ripeto che con tutta probabilità se invece della lotta accanita ci avessero acconsentita la via amichevole, a quest'ora tutto sarebbe stato appianato (…). Ci hanno voluto assalire (sempre gli industriali, n.d.a.), è pur lecita la nostra difesa specialmente perché in coscienza e apertamente ci riteniamo pure noi fra le vittime maggiormente danneggiate. Durante l'estate 1926 avviene un increscioso episodio nei confronti di Virgilio e lui stesso ne coglie una giustificazione: (…) Il sequestro di persona e i maltrattamenti fattimi da quelli di Dezzo, mi convincono sempre più che ci sia qualcuno che abbia interesse ad inveirli contro di me per non permettermi di venire in Valle e così danneggiarmi. (…) Dimmi se puoi sapere qualcosa di chi ha interesse e cerca di inalzare (sic) quelli di Dezzo contro di me. (…) Nella lettera del 25 aprile 1928, Virgilio sembra presagire la propria fine: (…) Certamente dopo quasi cinque anni che continuo a lottare, a tribulare e a tirare fuori delle grandi somme, sono ormai esaurito moralmente e materialmente. (…) L'ultima lettera risale al 14 giugno dello stesso anno; è programmata una visita al Gleno per il 22 del mese. Ma il 16 viene colpito da emorragia cerebrale, quindi è il fratello Giulio che informa l'amico di Virgilio: (…) tutti i dolori e le ingiustizie che da quasi cinque anni lo torturavano hanno assalito il nostro povero fratello. (…) La morte era sopraggiunta il 21 giugno.

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